In Sicilia crescono i “piccoli Salvini” e seminano paura

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integrazioneDi Patrizia Caiffa

Sta salendo, in Sicilia, la tensione tra profughi e popolazione. Nella meravigliosa isola accogliente e generosa per natura e per carattere, la prima regione, seguita da Lazio e Lombardia, ad accogliere il più alto numero di profughi, da un paio di anni qualcosa sta cambiando. Complici le tv che fanno da megafono ai professionisti nazionali dell’odio, i social network e i blog che danno voce ai piccoli aizzatori locali, per fomentare la guerra tra poveri a fini strumentali. La percezione, nella terra degli sbarchi quotidiani, è quella dell’invasione, perché spesso non vengono dette le notizie successive, cioè che tutti i migranti non vogliono vivere in un paesino siciliano ma desiderano tutti spostarsi nel Nord Europa. Dopo l’omicidio in casa dei due anziani coniugi Vincenzo Solano e di Mercedes Ibanez a Palagonia per mano di un ivoriano ospite nel dibattuto Cara di Mineo, che accoglie 3-4.000 profughi in provincia di Catania, si rischia che il gesto orribile di uno abbia ripercussioni sulla vita di tutti. Nei funerali celebrati ieri nella chiesa di San Giuseppe a Palagonia il vescovo di Caltagirone, monsignor Calogero Peri, ha più volte ribadito che “male e bene non hanno colore, non sono bianchi o neri, stanno nel cuore dell’uomo, di qualunque razza sia”. Ma i facinorosi sono ovunque e non perdono tempo. Tre ragazzi armati di pistola hanno infatti poco dopo rapinato, insultato e picchiato due giovani del Gambia sulla strada provinciale che conduce a Mineo, innocenti capri espiatori di un clima di odio che si va diffondendo sempre di più. Certo, il Cara di Mineo, istituito dal governo Berlusconi e dall’allora ministro leghista Maroni, non è certo un modello di accoglienza, visto che ospita in un unico spazio migliaia di richiedenti asilo che, per la lentezza delle Commissioni territoriali, si trovano a trascorrere anche 18 mesi facendo poco o nulla (invece dei 35 giorni previsti), in una zona isolata e senza possibilità di integrazione. Non a caso, dopo l’efferato duplice omicidio, è stato deciso il commissariamento della struttura, e il nome di Mineo è uscito anche durante le inchieste di “Mafia capitale”. Ma in Sicilia ci sono modelli di accoglienza che funzionano bene. Come i centri gestiti a Piazza Armerina, Aidone e Catania dall’Associazione Don Bosco 2000, costola dei salesiani. Realtà che però stanno risentendo fortemente di quanto sta accadendo.

In fuga verso una terra che non li vuole. “Sono preoccupato per i ragazzi perché la tensione nei loro confronti sta salendo – racconta Agostino Sella, presidente dell’Associazione Don Bosco 2000, con sede a Piazza Armerina -. Sono fuggiti dai loro Paesi, arrivano qui e trovano lo stesso problema. Non sono pronti per la seconda volta”. Sono africani sub-sahariani, pakistani, afgani, bangladesi, tutti giovani in fuga da “una terra che li odia ad un’altra che non li vuole”, per dirla alla Ivano Fossati. L’Associazione, attiva dal 1997, ha cominciato ad accogliere i profughi – circa 600 fino ad oggi – nel 2011, in seguito alle primavere arabe e all’emergenza Nord Africa. Attualmente circa 70, in maggioranza uomini e nuclei familiari, sono ospiti in una antica, bella e organizzata struttura dei salesiani a Piazza Armerina – un Centro di accoglienza straordinario e il servizio Sprar per i richiedenti asilo -, altri 70 sono suddivisi in gruppi di 6/8 persone in una quindicina di appartamenti nel vicino paese di Aidone, famoso per gli scavi antichi e la statua della Venere di Morgantina. L’associazione gestisce anche un centro di primissima accoglienza per chi è appena sbarcato, in una ex colonia salesiana a Catania, iniziativa attivata dopo l’appello di Papa Francesco ad aprire le case dei religiosi ai migranti.

A Piazza Armerina un modello che funziona.
“Anche qui abbiamo i ‘piccoli Salvini locali’ che fomentano la popolazione – prosegue Sella – e spesso siamo vittima di attacchi. Giorni fa siamo andati a visitare alcuni appartamenti da prendere in affitto. E’ immediatamente scattata una raccolta firme contro di noi, con la scusa che si sarebbe deteriorata la situazione igienica. All’inizio facevamo finta di niente. Ora abbiamo iniziato a rispondere colpo su colpo, querelando per istigazione all’odio razziale”. Eppure la presenza dei profughi è gestita con grande lungimiranza e sapienza dall’Associazione, che dispone di molti operatori, mediatori culturali, psicologi, organizza tirocini e borse lavoro per tenere occupati gli ospiti e iniziative culturali per favorire l’integrazione. Nell’ostello Borgo Don Bosco di Piazza Armerina dormono in stanze con 2/3 letti e vengono suddivisi per nazionalità, sia per evitare conflitti, sia per curare un’alimentazione adeguata alle usanze. Oltre alla splendida chiesa barocca interna – dove un tempo le monache pregavano dietro le grate – è stata allestita anche una sala con tappeti per la preghiera dei musulmani. La psicologa e direttrice del centro, Cinzia Vella, li segue personalmente e li aiuta anche a preparare i colloqui in commissione per ottenere l’asilo. “Ascolto storie terribili, di torture e violazioni di diritti – confida -. Non si può immaginare quanto dolore e quanti drammi nascondano”. Parlando con gli ospiti, alcuni dicono che rifarebbero il viaggio, altri rispondono subito: “No. Non mi sarei mai aspettato che sarebbe stata così dura”. La conferma della verità sono i loro occhi, da cui traspare tanta sofferenza. Gli argini alla tensione che cresce, secondo i dirigenti del centro, sono la cultura e il lavoro sull’integrazione, e la messa in rete della società civile, superando la paura di schierarsi dalla parte dell’accoglienza. Con un appello sottinteso: “Anche le parrocchie dovrebbero muoversi, non solo Papa Francesco”.

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