I migranti corrono sul corridoio balcanico altissima tensione

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immigrazioneMaria Chiara Biagioni e Iva Mihailova
Si muore in mare. Si muore a terra. Le rotte dei migranti verso il sogno europeo sono bagnate di sangue. Barconi che si rovesciano lasciando centinaia di cadaveri alla deriva, stive di navi dove si muore per asfissia, camion abbandonati ai bordi delle autostrade con dentro l’orrore della morte. Sono quasi mezzo milione i migranti che nel 2015 hanno chiesto asilo politico all’Unione europea. I flussi migratori sembrano aver trovato come via preferenziale il corridoio balcanico. Provengono per lo più da Siria, Afghanistan, Libia, Iraq, Pakistan, Somalia, Eritrea e dai Balcani stessi, in particolare dal Kosovo. Superati i confini turchi e greci, i migranti tentano di arrivare nei Paesi del Nord Europa passando per la Macedonia, la Serbia, l’Ungheria. Le mete più ambite sono i Paesi del Nord Europa, come Germania, Francia, Gran Bretagna e Svezia. Ma arrivati a destinazione, incontrano nuovi muri e nuove barriere. Abbiamo ripercorso queste rotte, ascoltando chi, con slanci di generosità, ha deciso di accompagnare questi uomini e queste donne nel loro lungo viaggio verso una vita possibile. Sono i volontari delle Caritas europee. L’altro volto dell’Europa che tende una mano. Le loro storie raccontano di una staffetta della solidarietà.
Macedonia. Le porte all’ingresso con l’Europa sono fragili e si infrangono di fronte alle disperazione dei popoli in fuga. Oltre 42mila migranti sono entrati negli ultimi due mesi in Macedonia dalla Grecia, provenienti da Siria e Medio Oriente, trasformando il piccolo Paese balcanico in terra di transito. Intere famiglie con donne e bambini piccoli sono in viaggio anche da 15 giorni. In prima linea al confine e lungo il tragitto dei profughi ci sono le associazioni non governative e la Caritas in Macedonia. “Come organizzazione siamo una realtà piccola (i cattolici nel Paese sono circa 15mila su 2 milioni di abitanti), ma non possiamo non soccorrere queste persone bisognose”, spiega il direttore della Caritas in Macedonia, monsignor Antun Cirimotik. Nei pressi di Tabanovtse, cittadina al confine serbo, i volontari distribuiscono i kit di prima necessità, alimenti e bevande. “Aspettiamo l’aiuto dalla rete di Caritas – continua mons. Cirimotik – perché le persone sono tantissime e siamo di fronte al problema di come gestirli e come aiutarli”. Il direttore della Caritas macedone è preoccupato perché “sembra che il nostro piccolo Paese sia lasciato solo”. Ed aggiunge: “serve una politica comune migratoria per l’Europa” e un intervento della comunità internazionale in Siria.
Serbia. Il numero di migranti in Serbia è in aumento ogni giorno. Dal mese di giugno circa in 2.000 tentano di entrare nel Paese ogni giorno. Più della metà di loro provengono dalla Siria, ma arrivano anche da Iraq, Pakistan, Sudan e Afghanistan. Molti – scrive Caritas Serbia – sono feriti, affamati e stanchi, soprattutto quelli che hanno attraversato il confine con la Macedonia a piedi”. La Caritas serba è presente in tre dei centri di accoglienza disposti dalle autorità serbe: a Bogovadja e Krnjaca, in Serbia centrale e meridionale e in Kanjiza, vicino al confine con l’Ungheria. “La maggior parte delle persone si concentra qui, al confine – racconta Gabor Ric, coordinatore della Caritas nella diocesi di Subotiza – aspettando una possibilità di attraversare la frontiera anche per le foreste e le campagne”. Molti però, tornano, rimandati indietro dalla polizia ungherese. Kit con materiali igienici, alloggio e cibo ma anche alloggi e servizi di doccia. In questo modo la Caritas in Serbia cerca di soccorrere i migranti. A Kanijza funziona una tendopoli di 800 persone dove la Caritas ha allestito una struttura che alloggia ottanta donne con bambini.
Ungheria. Il muro di 175 chilometri che l’Ungheria sta costruendo al confine, non riesce a fermare la forza del flusso migratorio. E purtroppo non scoraggia neanche i “trafficanti” di esseri umani. Alcuni tentano di attraversarlo, passandoci sopra e addirittura sotto. Bálint Vadász della Caritas Ungheria conferma che nonostante le misure di sicurezza prese dal governo, “la situazione dei rifugiati in Ungheria è molto difficile. Quest’anno più di 100 mila migranti sono entrati nel Paese”. Le organizzazioni come la Caritas aiutano nei campi di accoglienza offrendo lenzuola, materassi, letti. I rifugiati ricevono pasti tre volte al giorno ma “il problema principale è il numero incalcolabile di immigrati che continuano ad arrivare. Alcuni di loro giungono in uno stato psichico provato, traumatizzato”. Ci sono stati anche momenti di tensione e di scontro con le forze dell’ordine. “Da quello che abbiamo potuto vedere – racconta Vadász – la polizia sta cercando di collaborare con i migranti ma ci sono difficoltà, perché i migranti non vogliono sottostare agli adempimenti delle leggi europee e non vogliono essere registrati”. Anche qui le braccia della Caritas Ungheria sono aperte: oltre a visitare regolarmente i campi profughi (finora 6), la Caritas contribuisce all’accoglienza distribuendo vestiti, articoli personali e prodotti per la pulizia. Un totale di 4mila chili di aiuti umanitari e nelle prossime settimane saranno distribuite anche 10mila bottiglie di acqua minerale. L’aiuto Caritas si rivolge anche ai minorenni sostenendo un istituto di assistenza all’infanzia a Fót.
Calais (Francia). Il sogno europeo si infrange miseramente a Calais dove Francia e Inghilterra fanno muro ai migranti che vogliono attraversare la Manica. È Véronique Devise, presidente della delegazione di Secours Catholique di Pas du Calais, a raccontare la situazione sempre più drammatica lungo la costa. Il numero dei migranti aumenta di giorno in giorno. Le cifre di Calais parlano di 3mila presenze. Ma altre (impossibile da quantificare) si registrano lungo i paesi del litorale Nord della Francia. Al porto di Calais si sono erette barriere alte 4 metri. Per questo da giugno non potendo più passare per il porto, i migranti tentano il tutto per tutto nell’Eurotunnel a costo purtroppo anche della vita. Il muro provoca inevitabilmente un consequenziale aumento dei migranti a Calais in quanto fa da “tappo” al flusso migratorio e gli arrivi sono molto di più dei passaggi in Gran Bretagna. “La tensione è altissima: i migranti – racconta Devise – capiscono che hanno sempre meno chance per passare e questo provoca in loro rabbia e delusione dopo quello che hanno passato per arrivare fin qui”. Anche a Calais, la Caritas non abbandona gli immigrati: la lista degli aiuti umanitari è lunghissima e la sua concretizzazione è resa possibile grazie al lavoro di 150 volontari che operano sul campo. Dal servizio docce, all’accoglienza giornaliera, all’attenzione per le persone più fragili, all’accompagnamento delle operazioni giuridiche. Ciò che preoccupa moltissimo gli operatori è l’arrivo dell’inverno e del freddo che qui a questa latitudine può arrivare anche a meno 5 gradi. “La nostra preoccupazione – conclude Véronique – è cambiare il nostro sguardo verso lo straniero che è anzitutto una vittima che ha bisogno ora della nostra protezione e di una mano tesa. Il ripiegamento su se stessi e le paure non saranno mai la soluzione dei problemi”.

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