Lectio delle Sorelle Clarisse del Monastero Santa Speranza: è necessario assumersi la responsabilità del proprio “cuore”

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Santa SperanzaDIOCESI – Lectio delle Sorelle Clarisse del Monastero Santa Speranza sulle letture di domenica 30 agosto.

«L’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore».
Così aveva detto Dio al profeta Samuele, quando si recò da Iesse il Betlemmita per ungere tra i suoi otto figli colui che il Signore aveva scelto come re di Israele. Ma, evidentemente, come avvenne per lo stesso profeta Samuele, l’uomo rischia spesso di fermarsi all’esteriorità, all’apparenza delle cose, senza andare in profondità, là dove si resta nudi davanti a se stessi, a Dio e agli altri. Nel Vangelo di domenica prossima, 22^ del tempo ordinario, Gesù approfitta di una piccola discussione con alcuni farisei e scribi venuti da Gerusalemme, per spostare l’obiettivo sulla nostra vita dal “di fuori” al “di dentro”. I farisei, facendo appello alle tradizioni degli antichi, contestano a Gesù che alcuni dei suoi discepoli non osservano le norme di purità (vari tipi di abluzioni e lavaggi di cose) prima di prendere cibo. A leggerlo oggi ci scappa un sorriso: sarà che lavarsi o meno le mani prima di mangiare è peccato? Ma questi farisei non potevano trovare un motivo di scontro più “teologico”?
Eppure Gesù prende molto sul serio la cosa perché è il sintomo di una fede superficiale, legalista, che separa rigidamente il puro e l’impuro, il buono e il cattivo, i “nostri” dagli stranieri, e così via, una fede che ha paura di “sporcarsi le mani” con il prossimo e lo sacrifica in nome di una Legge che è diventata un idolo. Non pensava a questo Mosè, quando nel brano del Deuteronomio che ascolteremo come I^ lettura, consegnava al popolo i comandamenti: «Ora, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno, affinché le mettiate in pratica (…) perché quella sarà la vostra saggezza e la vostra intelligenza agli occhi dei popoli». Mosè chiama in causa la saggezza e l’intelligenza, due doni che certamente provengono da Dio, come dice san Giacomo nella II^ lettura, ma che spetta all’uomo accogliere e mettere in moto per far diventare vita vera e quotidiana la Parola ricevuta.
Non è un problema ciò che è fuori di noi, non si resta “puri” evitando ogni contatto “pericoloso” (cioè facendosi i fatti propri!), ma è necessario assumersi la responsabilità del proprio “cuore”, che nel pensiero semita e, perciò, di Gesù, non è la sede dei sentimenti più o meno teneri, ma rappresenta la nostra persona completa, vera, con le sue idee e i suoi progetti, i suoi pensieri e le sue decisioni. Spogliamoci della mortifera divisa di esecutori della legge e torniamo, nella libertà, a coltivare il nostro cuore, con fatica, lacrime e sudore, mettendo a disposizione tutto quello che siamo all’azione della grazia di Dio, per poter portare frutti buoni, da offrire in cibo al nostro prossimo affamato di amore e di Dio. Per questo preghiamo facendo nostra la colletta di questa domenica: o Padre, fa’ che la lode delle nostre labbra risuoni nella profondità del cuore: la tua parola seminata in noi santifichi e rinnovi tutta la nostra vita.

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