Non sono scioperi è una simil guerriglia

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ItaliaDi Francesco Bonini

I macchinisti della metro a Roma fanno da settimane sciopero bianco, i custodi di Pompei e quelli del Colosseo improvvisano un’assemblea sindacale, i piloti e assistenti di volo dell’Alitalia scioperano nel pieno della stagione estiva. Non è certo una novità. Tuttavia, in questa torrida estate, questi episodi di “guerriglia” fanno più rumore. Lo schema è ben noto: nei servizi bastano manifestazioni settoriali, promosse spesso da sindacati autonomi, per produrre effetti di grande impatto. Che amplificano problemi strutturali e nello stesso tempo danno alcuni segnali, su cui è opportuno riflettere. In realtà, ancorché di grande impatto, sono situazioni a somma zero, anzi in deficit, in cui il rischio è che perdano un po’ tutti. I cittadini utenti, innanzi tutto, perché ostaggio di situazioni imprevedibili. Ma anche i lavoratori, che rischiano di arroventare le relazioni con gli utenti, senza potere contare su risultati tangibili, né a breve né a medio termine, tali da invertire una tendenza a pesanti ristrutturazioni aziendali, che comportano in fin dei conti il taglio di “privilegi” veri o presunti di gruppi o di categorie, in nome della salvaguardia comunque dei livelli occupazionali in una stagione di lunga crisi ma soprattutto di rilevanti cambiamenti strutturali nel sistema e nel mercato del lavoro.
Certo, servono regole, come sempre si ripete in questi casi, servono regole più rigide, come ripetono taluni, serve semplicemente rispettare le regole, come forse sarebbe sufficiente. Ma c’è qualcosa in più. La pesante ristrutturazione che caratterizza questi anni ha messo in discussione l’identità dei diversi attori, in particolare proprio i sindacati. Le rappresentanze si sfarinano, le categorie si segmentano: ognuno cerca di difendere il proprio particolare.
Questo riflesso di crisi, oltre a reclamare nello specifico il rispetto delle regolamentazioni e dei codici di disciplina, richiede però anche un governo. Da parte delle amministrazioni locali – il caso di Roma è macroscopico proprio di un perverso circuito di ingovernabilità – come da parte del governo nazionale e della leadership politica. Una società come quella italiana – soprattutto in una ormai lunga fase di difficoltà – ha bisogno nello stesso tempo di più rappresentanza e di più governo. Più rappresentanza perché i cittadini e i lavoratori non si sentano soli e marginalizzati da trasformazioni nei sistemi produttivi che diminuiscono drasticamente gli addetti ed enfatizzano le disuguaglianze e le gerarchie, anche e soprattutto stipendiali. Ma anche più governo perché siano garantiti i fondamentali del sistema Paese e una direzione chiara di sviluppo.
Da esplicitare sempre meglio e su cui costruire convergenze. Per questo costruire un rinnovato ed efficace sistema di relazioni sindacali, capitolo ancora essenziale delle relazioni sociali è una priorità. In una Repubblica che continua – necessariamente – a proclamarsi “fondata sul lavoro”.

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