Ogni tipo di violenza nel settore minerario, l’altolà del Papa

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MinieraDi Patrizia Caiffa

È un grido di dolore, tristezza, sdegno, quello di Papa Francesco, che insieme al Pontificio Consiglio per la giustizia e la pace si pone a fianco delle popolazioni di Asia, Africa e America Latina colpite dagli effetti nefasti delle attività minerarie delle imprese multinazionali, subendo omicidi, violenze, violazioni dei diritti umani, oltre a inquinamento e danni ambientali. Il Vaticano sta ascoltando le comunità locali e tentando un dialogo con i dirigenti delle imprese, per migliorare l’impatto negativo della loro azione nei territori. Oggi il Papa ha infatti chiesto con chiarezza all’intero settore minerario di compiere “un radicale cambiamento di paradigma per migliorare la situazione in molti Paesi”. È l’invito contenuto nel messaggio inviato al Pontificio Consiglio per la giustizia e la pace, che in questi giorni ha riunito a Roma (17-19 luglio) una trentina di rappresentanti di comunità colpite in Africa, Asia e America. Un percorso iniziato nel settembre 2013 con un primo incontro con 24 dirigenti di compagnie minerarie, insieme alle Congregazioni religiose impegnate nella battaglia. Oltre all’incontro di questi giorni, una seconda giornata con gli imprenditori è in programma dal 17 al 19 settembre.

Il grido del Papa. È un grido “per i terreni perduti – scrive il Papa -; un grido per l’estrazione di ricchezze dal suolo che paradossalmente non ha prodotto ricchezza per le popolazioni locali rimaste povere; un grido di dolore in reazione alle violenze, alle minacce e alla corruzione; un grido di sdegno e di aiuto per le violazioni dei diritti umani, clamorosamente o discretamente calpestati per quanto concerne la salute delle popolazioni, le condizioni di lavoro, talvolta la schiavitù e il traffico di persone che alimenta il tragico fenomeno della prostituzione; un grido di tristezza e di impotenza per l’inquinamento delle acque, dell’aria e dei suoli; un grido di incomprensione per l’assenza di processi inclusivi e di appoggio da parte di quelle attività civili, locali e nazionali, che hanno il fondamentale dovere di promuovere il bene comune”. “L’intero settore minerario – sottolinea – è indubbiamente chiamato a compiere un radicale cambiamento di paradigma” al quale possono contribuire “i governi nei Paesi di origine delle società multinazionali e di quelli in cui esse operano, gli imprenditori e gli investitori, le autorità locali che sorvegliano lo svolgimento delle operazioni minerarie, gli operai e i loro rappresentanti, le filiere di approvvigionamento internazionali con i vari intermediari e coloro che operano sui mercati di queste materie, i consumatori di merci per la realizzazione delle quali ci si è serviti di minerali”.

Pressioni e intimidazioni. “Mi preme sottolineare – ha affermato in conferenza stampa in Vaticano il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, presidente del Pontificio Consiglio giustizia e pace – che alcune persone che partecipano all’incontro hanno ricevuto pressioni e intimidazioni, anche tentativi di omicidio, prima di venire a Roma”. “Ci arrivano continue testimonianze di minaccia, violenze e uccisioni – ha proseguito il card. Turkson -, di rappresaglie, di compensazioni mai arrivate e promesse mai mantenute. Dinnanzi a tali situazioni non si può lasciare che l’indifferenza, il cinismo e l’impunità continuino”. Il presidente del dicastero vaticano ha puntato il dito contro quegli “individui che lavorano senza uno scopo veramente umano” e sono “insensibili al benestare dell’ambiente sociale e naturale”: “Responsabili sono gli investitori, imprenditori, politici e governanti dei Paesi dove si trovano i giacimenti oppure dei Paesi dove risiedono i quartieri generali delle multinazionali minerarie”.

I racconti.
Tra i racconti delle pressioni subìte, quello toccante di Héritier Wembo Nyama, che vive nella regione orientale della Repubblica democratica del Congo, notoriamente zona estrattiva di oro e altri minerali preziosi per l’industria telefonica. Ha mostrato in sala stampa le ustioni al braccio e alla spalla provocate da alcuni poliziotti che lo hanno gettato nel fuoco durante una marcia di protesta contro la compagnia mineraria. È stato arrestato, legato e torturato, finendo in ospedale per due settimane, dove è stato aiutato dalla Chiesa locale. A Kigali, prima di partire per Roma, lo hanno rintracciato e minacciato di uccidere. “La nostra comunità ha bisogno di aiuto. Siamo tutti senza lavoro”. Altre testimonianze da Cile, Brasile, India hanno raccontato decine di omicidi di attivisti dei movimenti popolari o semplici contadini, dell’inquinamento delle acque potabili, del degrado ambientale e dei vari conflitti aperti sui territori. “Abbiamo molte aspettative da questo incontro in Vaticano – ha detto padre Dario Bossi, missionario nello Stato del Parà, in Brasile -. Sappiamo che Papa Francesco conosce e comprende il nostro grido”.

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