Cinquanta ricette dalle profondità della storia cristiana

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viboGiovanna Pasqualin Traversa

Nel suo libro “Lo zen e la cerimonia del tè”, Kakuzō Okakura sostiene che l’uomo primordiale trascende la sua condizione di “bruto” offrendo la prima ghirlanda di fiori alla sua fanciulla e diventa “umano” elevandosi al di sopra dei suoi bisogni primitivi, intuendo e apprezzando il valore dell’inutile o, almeno, del non indispensabile. Parafrasando questa affermazione si potrebbe aggiungere che, in parallelo o forse ancora prima, l’uomo è diventato tale anche quando ha smesso di nutrirsi per sopravvivere, e ha ampliato il proprio orizzonte scoprendo il gusto del mangiare, di combinare e armonizzare profumi, aromi, sapori. L’arte gastronomica intesa come segno di evoluzione antropologica e culturale e anche – se il rapporto tra l’uomo e la divinità si declina da sempre attraverso mediazioni simboliche – come fenomeno non estraneo all’esperienza di fede. Se il cibo costituisce un potente paradigma religioso, nel cristianesimo, in particolare, dice molto del rapporto tra creatura e Creatore: è sì frutto del lavoro dell’uomo ma è anzitutto dono di Dio. E il banchetto è espressione di condivisione, gioia, festa. Non c’è da meravigliarsi dunque che la fede entri a pieno titolo anche in cucina, mentre il gesto quotidiano del mangiare (e del bere) scandisce in modo concreto e simbolico da duemila anni l’evoluzione dell’esperienza cristiana rispecchiandone i tratti più significativi di religione incarnata, legata al corpo e all’esistenza quotidiana.
A “leggere” da un punto di vista gastronomico questo universo bimillenario, popolato di semplici fedeli, pellegrini, monaci, preti, suore, sovrani, pontefici e santi, tutti ispiratori o collegati senza distinzioni “di censo” a cinquanta ricette, sono due sacerdoti milanesi non nuovi a questo genere d’impresa: don Andrea Ciucci, officiale del Pontificio Consiglio per la famiglia, e monsignor Paolo Sartor, direttore dell’Ufficio catechistico nazionale della Cei, due organismi che, se ci si pensa bene, hanno molto a che fare con la concretezza del vissuto quotidiano. “Mangiare da Dio”, il titolo dell’ultima fatica editoriale (ed. San Paolo 2015), che segue “A tavola con Abramo” e “In cucina con i santi”. Sottotitolo: “Cinquanta ricette da san Paolo a papa Francesco”. Dai “pani della traversata” dell’Apostolo delle genti al pane di crusca mangiato dai primi eremiti del deserto; dal paté di aringhe preparato dai monaci dell’abbazia di Westminster al pasticcio di carne di Leone X fino alla “bagna càuda alla Bergoglio bambino”, piatto che, ha raccontato scherzosamente lo stesso papa Francesco, è andato a gustare, quando era ancora arcivescovo di Buenos Aires, in un convento italiano. Passando anche attraverso la “cioccolata del digiuno”, ammessa nel suo trattato del 1627 dal teologo gesuita Antonio Escobar y Mendoza perché convinto, a differenza dei domenicani, che essendo liquida non interrompesse la pratica penitenziale.
Già, il digiuno, vissuto volontariamente come strumento di ascesi, ma anche subito come condanna da troppe persone – due miliardi è stato ricordato lo scorso 11 giugno al National Day della Santa Sede all’Expo di Milano – in un pianeta diviso a metà, dove un nord sazio e sprecone (ma fino a quando potrà continuare ad esserlo?) si siede di fronte a un sud affamato. Le due prime opere di misericordia corporale sono “dar da mangiare agli affamati” e “dar da bere agli assetati”, un appello oggi più che mai urgente di fronte alle ingiustizie globali. Ce lo dice la Carta di Milano, “eredità immateriale” di Expo e forte richiamo alle responsabilità individuali e collettive verso i poveri di oggi e verso le generazioni future, che il 16 ottobre verrà consegnata al segretario generale dell’Onu. Lo ribadisce di continuo Papa Francesco, invitando a debellare la fame e a prevenire la malnutrizione in tutto il mondo, e ad adottare uno stile di vita sostenibile per uno sviluppo integrale. Soprattutto a “prendersi cura di tutto ciò che esiste”, in primo luogo dell’umano (qui nel senso di sostantivo). Santa Teresa d’Avila sosteneva che Dio si incontra ogni giorno anche tra le pentole di cucina. Papa Francesco ci ricorda che la carne di Cristo sono i poveri. Toccare questa carne, e darle da mangiare, è il migliore antidoto contro la disumanizzazione.

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