Il mondo in un palazzo, chiedono tutti una sola cosa: un tetto

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TiburtinaPatrizia Caiffa
Alte sbarre di ferro li proteggono ma al tempo stesso li isolano dal mondo e dai diritti. Primo fra tutti il diritto alla casa e alla residenza, al lavoro, ad un pieno inserimento nella società. A Roma, nel grande stabile grigio e verde di quattro piani a via Tiburtina angolo via Sambuci, fuori dal Grande raccordo anulare, vivono da due anni un centinaio di famiglie, circa 300 persone, di tutte le nazionalità: somali, romeni, ecuadoriani, peruviani, capoverdiani, rom, italiani. Dai vetri scuri delle finestre che si aprono solo ad anta-ribalta si capisce subito che non sono comode abitazioni per famiglie: sono gli ex uffici di Finmeccanica – ma sul campanello c’è scritto Telecom – occupati il 6 aprile del 2013 durante quello che i movimenti per il diritto all’abitare definiscono “il secondo tsunami”, ossia una delle ultime ondate di occupazioni provocate su Roma dall’emergenza abitativa, con migliaia di persone che hanno subìto sfratti, sgomberi o perché semplicemente, avendo perso il posto di lavoro a causa della crisi, non erano più in grado di pagare l’affitto o il mutuo e sono stati costretti a trovare un tetto sotto cui riparare sé stessi e i propri figli.

Cantieri e degrado sulla via Tiburtina.
È la zona di Settecamini, a ridosso del più difficile quartiere di San Basilio, dove la vita scorre complicata e faticosa lungo la degradata Tiburtina, la storica via consolare costruita nel 286 dal console Marco Valerio Massimo Potito per collegarla alle magnifiche ville imperiali di Tivoli. Oggi via Tiburtina, al di là e al di qua del raccordo, è un enorme e perenne cantiere a cielo aperto per lavori che non finiscono mai. Automobili in coda e pedoni in rassegnata e lunga attesa alle fermate. Enormi tubi neri e grigi di gomma arrotolati ai bordi della strada. Sui marciapiedi, se non si fa attenzione, si rischia di cadere in grandi buchi aperti sull’asfalto. Tante squallide sale bingo e slot machine tra grandi supermercati cinesi dove si vende di tutto un po’. In uno di questi, nel pieno di un pomeriggio rovente, alcuni energumeni hanno appena picchiato a sangue un uomo pieno di tatuaggi. La polizia e l’ambulanza è già sul posto per i soccorsi, tra donne rom vocianti e allarmate. Di giorno il traffico, le risse, la sporcizia e le siringhe, le erbacce e i rifiuti negli scheletri delle fabbriche abbandonate. La notte, è una tappa fissa per i clienti delle prostitute.

Lo stabile occupato di via Sambuci. In quel che rimane della florida, un tempo, Tiburtina Valley, spiccano tanti ex edifici di uffici, oggi occupati dai coordinamenti cittadini di lotta per la casa, che espongono striscioni all’esterno per segnalare la presenza e le motivazioni. Quello di via Sambuci non dà affatto l’idea del degrado, tutt’altro. Intorno allo stabile circondato da sbarre vi sono giardini di rose curati, un piccolo orto con mais e pomodori, piccole piscinette gonfiabili per bambini, alcune sedie per prendere il fresco sotto gli alberi. Pulizia e materiali di ferro accantonati sulle rampe laterali. Perfino tre cassonetti per la raccolta differenziata. “Però dobbiamo chiamare noi l’Ama per venire a ritirare i rifiuti”, precisa Manuel (sono tutti nomi di fantasia), ecuadoriano con moglie e quattro figli, in Italia da 20 anni, intento ad innaffiare i fiori. Lavorava nell’edilizia a Frosinone ma ha perso il lavoro due anni e mezzo fa perché la sua ditta ha chiuso a causa della crisi. Ora lavora solo la moglie, e con il suo magro salario di baby sitter mantengono i due figli rimasti in Italia. “Siamo stati costretti a venire qui perché non avevamo più i soldi per pagare l’affitto”, precisa. Invita a fare attenzione a dove si cammina perché la notte là fuori ci sono “las seòoritas” e non è difficile credergli, visto che si è costretti ad un pericoloso slalom tra decine di condom usati.

“Vogliamo solo un tetto”. “Siamo una stessa famiglia di diverse razze, unita dallo stesso fine: un tetto”, ripetono tutti in continuazione. Dal somalo rifugiato politico che è sbarcato a Lampedusa agli uomini di altre nazionalità che ramazzano nel cortile e raccontano di come si auto-organizzano in autonomia rispettando le diversità. “Anche il ramadan dei musulmani”, puntualizza Manuel. Nel cortile ci sono ragazzine africane adolescenti che si scambiano confidenze stese in terra per cercare un po’ di fresco, bambini che giocano correndo su e giù per le scale esterne. Alcuni di loro non possono andare a scuola, perché il contestato articolo 5 del Piano casa del governo Renzi vieta “a chiunque occupa abusivamente un immobile senza titolo” di chiedere la residenza o l’allacciamento a pubblici servizi. “Per fortuna abbiamo l’acqua e l’elettricità ma non i riscaldamenti – racconta Ruperto, peruviano, anche lui piccolo imprenditore rimasto senza lavoro – Viviamo in stanze piccole, d’inverno fa freddissimo e d’estate è un forno”. Vasco, un anziano capoverdiano in Italia dal ‘76, cittadino italiano, si rivolge agli interlocutori con più diffidenza e un pizzico di rabbia: “Ho pagato l’affitto per 40 anni – dice -. 20 anni fa ho fatto la domanda per una casa popolare, avevo tutti i documenti in regola ma hanno venduto i miei diritti. Siamo qui perché abbiamo bisogno di un tetto. In attesa di un posto dove andare”.

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