Il Papa: “Chiedo perdono per i crimini della Chiesa contro gli indigeni”

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PapaDi Luca Marcolivio

Terra, casa e lavoro per tutti i fratelli dell’America Latina. È questo l’accorato appello lanciato da papa Francesco nel suo appassionato discorso ai movimenti popolari, finora il più lungo di questa visita pastorale.

Presso il centro fieristico Expo Feria di Santa Cruz de la Sierra, il Pontefice è intervenuto al II Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari, organizzato in collaborazione con il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace e con la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, e che fa seguito al primo appuntamento tenuto in Vaticano dal 27 al 29 ottobre del 2014.

Tutto il continente latino-americano, ha subito argomentato il Santo Padre, ha “bisogno di un cambiamento” che metta fine alla miseria, alla mancanza di lavoro, ai conflitti e alle offese alla dignità di migliaia di persone.

“Voi nelle vostre lettere e nei nostri incontri mi avete informato sulle molte esclusioni e sulle ingiustizie subite in ogni attività di lavoro, in ogni quartiere, in ogni territorio”, ha affermato il Papa, focalizzando subito la sua attenzione sui danni prodotti dalla “logica del profitto ad ogni costo” e alla “distruzione della natura”.

Alla “globalizzazione dell’esclusione e dell’indifferenza” e alla “tristezza individualista che rende schiavi” deve sostituirsi la “globalizzazione della speranza”, accompagnata da un “cambiamento redentivo”.

L’avidità di denaro, ha proseguito Francesco, diventa una “sottile dittatura”, distruggendo la “fraternità interumana”, rendendo l’uomo “uno schiavo” e minacciando la “nostra casa comune”.

A fronte di questo fenomeno apparentemente inarrestabile, c’è chi si crogiola in uno sterile “pessimismo parolaio” e smette di pensare al bene comune, curandosi al massimo “di sé e della piccola cerchia della famiglia e degli affetti”.

Rovesciando questa prospettiva fatalistica, Bergoglio ha affermato che sono proprio i più “umili”, “poveri”, “sfruttati” ed “esclusi” che possono fare la differenza.

Oserei dire che il futuro dell’umanità è in gran parte nelle vostre mani, nella vostra capacità di organizzare e promuovere alternative creative nella ricerca quotidiana delle “tre T” (trabajo, techo, tierra, lavoro, casa, terra) e anche nella vostra partecipazione attiva ai grandi processi di cambiamento, nazionali, regionali e globali”, ha detto il Papa rivolto ai movimenti popolari, da lui definiti “seminatori di cambiamento”. Un cambiamento che, però, non è sostenibile se non è “accompagnato da una sincera conversione degli atteggiamenti”.

Guardare negli occhi di chi ha patito un’ingiustizia, dal “contadino minacciato” al “migrante perseguitato”, fino alla “madre che ha perso il figlio in una sparatoria” dovuta al traffico di droga o al “padre che ha perso la figlia perché è stata sottoposta alla schiavitù” è qualcosa di molto diverso dall’elaborazione di una “fredda statistica” o dalla “teorizzazione astratta dell’indignazione elegante”.

Quotidianamente immersi nella “tempesta umana”, i movimenti popolari sono l’esempio di una “resistenza attiva al sistema idolatrico che esclude, degrada e uccide” e della riaffermazione del diritto a “terra, casa e lavoro”.

Francesco si è congratulato con i movimenti popolari per la concretezza del loro impegno, che parte “dal genuino incontro tra persone, perché non si amano né i concetti né le idee; si amano le persone”.

I movimenti popolari hanno piantato “semi di speranza” da cui sono scaturiti “germogli di tenerezza che lottano per sopravvivere nel buio dell’esclusione”, e da cui cresceranno “boschi fitti di speranza per ossigenare questo mondo”.

Ai dirigenti, il Pontefice ha chiesto di essere “creativi”, di non perdere il proprio “attaccamento alla prossimità” e di costruire “su basi solide, sulle esigenze reali e sull’esperienza viva dei vostri fratelli”, perché il padre della menzogna sa usurpare nobili parole, promuovere mode intellettuali e adottare pose ideologiche”.

Nel menzionato cambiamento sociale, auspicato anche dalla Chiesa, “né il Papa né la Chiesa hanno il monopolio della interpretazione della realtà sociale né la proposta di soluzioni ai problemi contemporanei”.

Francesco ha poi suggerito “tre grandi compiti” che richiedono l’appoggio determinante di tutti i movimenti popolari, a partire da una “economia al servizio dei popoli” e non “al servizio del denaro”, altrimenti rimarrà un’economia che “uccide”, “esclude” e “distrugge la Madre Terra”.

Un’economia equa, segnata dalla “destinazione universale dei beni” non è “semplice filantropia”, né tantomeno “utopia”, mentre l’assistenza ai poveri non può essere pensata in base a “emergenze” o “risposte transitorie”, poiché la “vera inclusione” implica “il lavoro dignitoso, libero, creativo, partecipativo e solidale”: proprio come si impegnano a fare i movimenti popolari, mentre gli “scartati dal mercato formale” finiscono “sfruttati come schiavi”.

Il secondo compito è quello di “unire i popoli nel cammino della pace e della giustizia”, ovvero nel “rispetto” della loro “cultura”, dei loro “processi sociali” e delle “tradizioni religiose”, minacciati dal “nuovo colonialismo”, che si manifesta in particolare nell’“idolo denaro” ma anche nella “concentrazione monopolistica dei mezzi di comunicazione che cerca di imporre alienanti modelli di consumo e una certa uniformità culturale”: una vera forma di “colonialismo ideologico”.

A tal proposito, in passato, sono “commessi molti e gravi peccati contro i popoli originari dell’America in nome di Dio”, per i quali, il Santo Padre ha chiesto “umilmente perdono, non solo per le offese della propria Chiesa, ma per i crimini contro le popolazioni indigene”.

Un ulteriore appello è stato lanciato da papa Francesco in difesa della “Madre Terra”, così tanto “saccheggiata, devastata, umiliata impunemente. La codardia nel difenderla è un peccato grave”, ha detto.

In conclusione, il Pontefice ha sottolineato: “il futuro dell’umanità non è solo nelle mani dei grandi leader, delle grandi potenze e delle élite. È soprattutto nelle mani dei popoli; nella loro capacità di organizzarsi ed anche nelle loro mani che irrigano, con umiltà e convinzione, questo processo di cambiamento”.

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