La Chiesa in campo per scrivere la pagina della riconciliazione

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OuedraogoDi Davide Maggiore

“La riconciliazione è innanzitutto un fatto interiore. Dobbiamo fare appello al cuore umano, ma quello del Burkina Faso è un popolo storicamente tollerante e non credo che perdonare gli sarà difficile. Se si riconoscono i propri torti e si è disposti a riparare, il perdono è sempre possibile: ci aiuterà a camminare meglio sulla strada della pacificazione”. Così monsignor Paul Ouedraogo, arcivescovo di Bobo-Dioulasso in Burkina Faso, descrive il compito che attende il suo Paese dopo che, lo scorso ottobre, il presidente Blaise Compaoré, da 27 anni al potere, è stato messo in fuga da un’insurrezione popolare. Nei mesi successivi, anche la Chiesa è stata chiamata a contribuire al rinnovamento del Paese: proprio mons. Ouedraogo, da aprile, presiede la Commissione nazionale per la riconciliazione e le riforme.

Subito dopo la fuga di Compaoré, i vertici della Chiesa avevano chiarito che non avrebbero avuto cariche nel governo transitorio. Perché, invece, questo impegno è differente?

“Svolgere il compito di presidente, compreso il ruolo di capo dell’esercito, durante la transizione e farsi carico del potere esecutivo non è qualcosa che convenga a un uomo di Chiesa. Ma se si tratta di riconciliazione, di trovare i meccanismi per permettere alle persone di dirsi la verità e di perdonarsi per arrivare a una pacificazione, questo è un compito che possiamo svolgere. La Chiesa ha come missione di promuovere le relazioni pacifiche tra le persone, da cui, certo, dipende anche la vita della nazione. Personalmente considero il compito che mi è stato affidato, insieme a quelli di arcivescovo della seconda città del Paese e di presidente della Conferenza episcopale di Burkina Faso e Niger, un servizio a tutta la nazione”.

Ma cosa significa oggi “riconciliazione” per il Burkina Faso? 

“Significa essere capaci di guardare in faccia ciò che ha segnato la storia del nostro Paese da decenni, le ingiustizie che hanno creato problemi. Ci sono state vittime della violenza politica, crimini economici, abusi d’autorità. È inevitabile che questo, tutto insieme, crei delle frustrazioni: ma neanche i partiti politici sono stati in grado di condurre il dialogo, quindi c’è molto da riparare. Ma il nostro non è un esperimento di laboratorio: stiamo cercando di ascoltare il maggior numero possibile di cittadini e abbiamo, tra l’altro, ricevuto circa 650 dossier di persone che hanno deciso di confidarsi, di esporci problemi e fare suggerimenti per risolvere queste situazioni. Ma quello che noi potremo fare è tracciare delle piste, formulare delle raccomandazioni…”.

Molto dipenderà, insomma, dalla volontà dei singoli…
“Come Commissione, stiamo cercando di tracciare una mappa, fare un elenco dei crimini e delle ingiustizie, di registrare le lamentele degli uni e degli altri. Ma la riconciliazione non si può ottenere misurando i tempi col cronometro. Il Paese ha creato delle istituzioni di transizione e il prossimo ottobre si voterà per le presidenziali e le parlamentari: sono rimasti meno di sei mesi. Ma la riconciliazione deve emergere da un negoziato. Servirà fare dei passi verso gli uni e verso gli altri, perché la giustizia sia ristabilita e ognuno possa vedere riconosciuti i suoi diritti. Quindi, si dovrà andare necessariamente oltre il quadro della transizione, che terminerà tra poco”.

Creare le condizioni per la riconciliazione, però, non può essere solo un compito della politica. Come possono contribuire i cittadini?
“Dobbiamo innanzitutto renderci conto che ogni transizione è fragile, che bisogna fare attenzione. Bisogna disarmare i cuori e le lingue: evitare la violenza, anche verbale. Una campagna elettorale pacifica ed elezioni pacifiche sono cose che dipendono soprattutto dalle persone comuni”.

Vari Stati africani hanno costituito, negli anni, istituzioni incaricate della riconciliazione: il Burkina Faso prenderà esempio da quelle esperienze?

“Sarà necessario, ovviamente, ma ogni popolo deve trovare il cammino che più gli si addice, anche tenendo conto dei problemi che deve affrontare. Il Rwanda, davanti alle atrocità del genocidio, ha messo in opera i tribunali tradizionali, il Mozambico ha fatto diversamente e il Sudafrica anche. Qui in Burkina Faso, durante l’insurrezione ci sono stati dei morti, ma in linea generale abbiamo evitato di precipitare nel caos. Adesso siamo pronti a terminare la transizione in maniera consensuale e a dare vita ad un sistema costituzionale, senza altri danni”.

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