La giustizia tarda e Srebrenica resta una ferita aperta

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GuerraDi Michela Mosconi

Nel cimitero memoriale di Potocari sono sepolte più di 6mila persone, tutti bosniaci musulmani tranne uno: Hren (Aleksandar) Rudolf. Proprio così recita la stele in marmo, con impressa una croce, per ricordare questo ragazzo rimasto a difendere Srebrenica dall’aggressione dei suoi connazionali serbo-bosniaci. Hern, cattolico serbo ed emigrato per motivi di lavoro a Srebrenica insieme al fratello (morto ad inizio assedio), rimase a combattere a fianco dei concittadini di fede musulmana con cui aveva convissuto fino a quel momento. La famiglia acconsentì all’inumazione della salma proprio nel cimitero di Potocari, per ricordare il suo sacrificio insieme a quello di altri civili innocenti. Una storia che smonta ancora una volta le teorie di coloro che ritengono che alla base del genocidio di Srebrenica e della guerra in Bosnia-Erzegovina ci fossero motivazioni di carattere etnico o religioso. Probabilmente Hern Aleksandar Rudolf venne ucciso tra l’11 e il 16 luglio del 1995 quando nel cuore dell’Europa si compì il primo genocidio della storia dalla fine della seconda guerra mondiale.

Per non dimenticare. Sabato prossimo, 11 luglio, nel cimitero memoriale di Potocari avrà luogo la cerimonia in ricordo delle vittime, in occasione dei 20 anni da quel massacro. Sono attese decine di migliaia di persone tra familiari, semplici cittadini, capi di Stato e di governo, rappresentanti della comunità internazionale. Ha assicurato la sua partecipazione anche monsignor Franjo Topic, docente universitario e presidente di Napredak, associazione culturale che durante il conflitto distribuì 400mila pasti a tutta la popolazione di Sarajevo sotto assedio. Per questa sua caratteristica di uomo aperto al dialogo è sempre stato ben voluto anche dai bosniaci di fede musulmana che a un certo punto lo volevano sindaco della città. “Quello che è successo a Srebrenica 20 anni fa ha ancora molto da dire e insegnare – commenta monsignor Topic -. Le celebrazioni sono l’occasione per ricordare un evento tragico che ha avuto e ha oggi conseguenze difficili e pesanti. Ricordare è importante così come lo è un altro fatto: chi non rispetta i morti non rispetta neanche i vivi. Questo ricordo deve avere un aspetto positivo, non per rinnovare o riaprire ferite ma per sanare specialmente quelle delle madri e delle donne che hanno perso i loro cari”.

I fatti. A Srebrenica, enclave musulmana in territorio a maggioranza serbo-ortodossa, nel luglio del 1995 più di 10mila bosniaci musulmani (dai 12 ai 75 anni) vengono uccisi e dispersi in fosse comuni e nei boschi della zona, circondata dall’esercito serbo-bosniaco ai comandi di Ratko Mladic e dai paramilitari serbi. La comunità internazionale non riuscì a garantire un’adeguata protezione ai civili nonostante Srebrenica fosse stata dichiarata “zona protetta” con la risoluzione Onu 819 dell’aprile 1993. L’11 luglio 1995 gli uomini decidono di prendere la via del bosco e fuggire verso la zona libera di Tuzla. Una marcia della morte da cui pochi si salveranno. Ancora, una colonna di circa 25mila sfollati (donne, bambini, feriti) fugge verso la base olandese a Potocari. I caschi blu agli ordini del colonnello Tom Karremans aprono le porte del loro compound ma solo in 5mila vi trovano rifugio. Gli altri si accampano nelle vicinanze alla mercé dei soldati e dei paramilitari serbi. Iniziano rastrellamenti, stupri, esecuzioni di massa. Una sorte simile toccherà poi anche ai 5mila del compound.

Situazione ancora tesa.
Molti crimini sono impuniti e non è raro vedere i carnefici ricoprire cariche pubbliche. Alla responsabilità politica di non aver protetto la popolazione si somma anche quella sul piano delle riparazioni. Poco è stato fatto per assicurare alla giustizia i criminali. “Srebrenica è una ferita ancora aperta anche perché non si è fatta completamente giustizia – continua Topic -. Il Papa nel suo recente viaggio a Sarajevo ha detto che ‘la pace è frutto della giustizia’”. Giustizia è anche avere uno Stato che funzioni e non più diviso su base etnica. “La situazione a Srebrenica è difficile perché gli accordi di pace di Dayton non sono buoni. Con questa struttura come si fa a sanare le ferite? Le due entità in cui è divisa la Bosnia-Erzegovina sembrano Stati indipendenti. Non c’è uno Stato nazionale. So che non esistono sistemi di governo ideali, ma Dayton ha davvero creato un qualcosa di anormale. E non si possono fare le cose giuste se non ci sono fondamenta giuste”.

Rischio reale di divisione del Paese. “Il leader della Repubblica Srpska, Milorad Dodik, ancora dice di non riconoscere quello che è successo a Srebrenica e recentemente si è detto sfavorevole alla risoluzione inglese per ricordare le vittime del genocidio all’Onu – ricorda Topic -. Ha inoltre rinnovato il suo appello per un referendum a favore della secessione. Sarebbe importante che rimanesse l’Alto rappresentante Onu ed esercitasse i suoi poteri per cambiare la nostra Costituzione, perché così com’è non funziona”.

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