La fatica di raccontare l’Italia e i suoi italiani

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ItaliaDi Domenico Delle Foglie
Raccontare l’Italia è sempre più faticoso. Lo diciamo, a ragion veduta, da cronisti che amano la cronaca. Un mestiere difficile, diventato in questi anni difficilissimo. Cadute le grandi visioni ideologiche del Novecento, con tutti i loro pregiudizi, preconcetti e sistemi di pensiero chiusi, siamo tutti alla ricerca di una bussola interpretativa. Nel frattempo, il campo della narrazione pubblica è divenuto sempre più un terreno di forte competizione. Per chi la cerca, per chi tenta di evitarla in ogni modo, e per chi vi è persino malvolentieri risucchiato.
Fatta questa premessa, proviamo a ragionare sulle narrazioni prevalenti sulla scena pubblica italiana. E pure nell’immaginario collettivo, sempre in movimento e sempre più sottoposto alle insidie del populismo, dell’intolleranza, del relativismo e del materialismo pratico. In Italia oggi emergono tre principali espressioni di narrazione pubblica che si fronteggiano. Può anche capitare che si intreccino, quando non appaiono assolutamente irriducibili, ma è del tutto evidente la fatica di una narrazione condivisa che metta al riparo il popolo, con il suo sentimento e i suoi valori.
Procediamo con ordine. La prima narrazione pubblica è certamente quella della politica che riempie le pagine dei quotidiani e dei settimanali, fa da filo conduttore dei talk show e occupa pressoché ogni giorno le scalette dei telegiornali. Questo è il terreno sul quale giocano la loro partita, senza esclusione di colpi, i protagonisti della Seconda Repubblica. Matteo Renzi con il suo ottimismo della volontà su base riformista, Silvio Berlusconi con le sue velleità revanchiste, Matteo Salvini con le dirompenti parole d’ordine anti-tutto, Beppe Grillo e i suoi impegnati a marcare la propria incorruttibilità e il proprio isolazionismo, Maurizio Landini con la nuova sinistra movimentista e pan-sindacale. La loro narrazione pubblica è figlia degli schieramenti che possiamo definire, di volta in volta, sistemici e anti-sistemici. È tutto un mondo in bianco e nero. Anzi in bianco o nero. È difficile per qualunque cittadino, pur ben disposto, cogliere alcun segno di unità di visione sul futuro del Paese. Di qui, come effetto non secondario, il crescente disinteresse per la politica e per il suo ruolo guida del Paese e nel Paese. Immaginare che l’astensionismo di massa nasca anche da queste forme di narrazione perennemente in conflitto, non è da escludere. Di sicuro, non si percepisce un minimo di terreno comune sul quale costruire un futuro condiviso. Quasi che il futuro debba essere solo dei vincitori del momento. E gli altri? Aspettino il prossimo giro. E soprattutto si arrangino.
La seconda narrazione pubblica è quella costruita, giorno dopo giorno, dalle procure della Repubblica e dai magistrati italiani. L’ultima, in ordine temporale, ma non nella graduatoria della gravità processuale e morale, è certamente quella che è andata sotto il nome di “Mafia capitale”. Un groviglio malmostoso di interessi fra il “mondo di sotto” e quello “di sopra” nel quale si muovevano (si muovono ancora) personaggi senza scrupoli, pronti addirittura ad arricchirsi sulle spalle dei poveri, come le inchieste hanno drammaticamente rivelato. Ma le inchieste non sembrano fermarsi mai e quasi sempre prendono il nome dalle opere pubbliche e dai grandi finanziamenti dello Stato e delle Regioni. Un elenco interminabile che va dal Mose all’autostrada Salerno Reggio Calabria, passando per Expo 2015. Per toccare poi settori, come il calcio professionistico, dal grande impatto pubblico. E per finire con quella scia interminabile di piccoli e grandi appalti pubblici nella cui rete corruttiva cadono gli amministratori locali. Un’Italia di accusati, indagati e corrotti che ogni giorno viene impietosamente e giustamente raccontata.
La terza narrazione pubblica è quella che ci riguarda più da vicino, quella della Chiesa. Ha un protagonista assoluto che si chiama Papa Francesco e che non smette, per un solo istante, di richiamarci alla necessità di ripercorrere le orme di Gesù. In questi anni abbiamo imparato a conoscerlo, così come il popolo italiano lo ha amato spontaneamente. Il nuovo Francesco non smette di stupire e i suoi gesti e le sue parole non finiranno mai di indicarci la meta. Per usare le sue prime parole da Pontefice: “Sogno una Chiesa povera e per i poveri”. La sua narrazione pubblica che solo apparentemente è rivolta al futuro, si fa drammaticamente esigente giorno dopo giorno; restituisce l’immagine di una Chiesa che non giudica ma accoglie, che non ferisce ma cura le ferite, che non si arricchisce con i compromessi (men che meno politici) e sa di dover pagare un prezzo per la propria missione. Il suo riferimento costante ai martiri del nostro tempo è una promessa più che una costatazione. Alla sua narrazione pubblica che riguarda direttamente anche la Chiesa italiana, nessun credente può sottrarsi. In questa prospettiva ci deve muovere la certezza che saremo giudicati insieme con lui. Noi credenti italiani, noi Chiesa italiana.
P.S. Quale narrazione pubblica sia più coerente, realistica e affascinante, lo lasciamo decidere a voi che ci leggete.

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