Ai cinesi piace il bank in Italy

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CinaMentre l’attenzione generale era (ed è) giustamente concentrata sulla Grecia, una “notizietta” è stata diffusa nella tarda serata di ieri: la Banca Popolare di Cina, che è la banca centrale del grande Paese asiatico, ha acquistato a fine giugno azioni Unicredit (2,005% del capitale) e Monte Paschi di Siena (2,010%) per un ammontare complessivo di circa 770 milioni di euro. Al gruppo bancario milanese sarebbero arrivati oltre 600 milioni e il rimanente alla banca senese.
È una bella notizia? La risposta è complessa. Anzitutto c’è un dato clamoroso e quasi contraddittorio: il più popoloso stato al mondo, retto dall’ultimo regime comunista, sta procedendo sistematicamente a mettere suoi uomini e fondi all’interno dei principali colossi economici mondiali, in tutti e cinque i continenti, senza badare al fatto che finanzia il capitalismo globalizzato. I due principali “fondi sovrani” (cioè gestiti dalle amministrazioni centrali) di Pechino detenevano rispettivamente a fine 2014: il primo, denominato “China Investment Corporation”, ben 652,74 miliardi di dollari di beni in Paesi esteri, mentre il secondo fondo, “National Social Security Fund”, altri 197,91 miliardi di dollari. Se confrontiamo i due patrimoni, che ammontano a 850 miliardi, con la “piccola fiche” di 0,77 miliardi di euro puntata sulle due banche italiane, dovremo riconoscere che è poca cosa. Neanche l’’1% dell’intero patrimonio. Se invece guardiamo le cose da un altro punto di vista: vale a dire quello della scelta da parte dei “fondi sovrani” in genere (quindi compresi quelli dai Paesi ed emirati arabi, di Singapore, Indonesia, Norvegia ecc.) tra i Paesi europei, allora la prospettiva cambia. Lo scorso anno, infatti, i fondi sovrani hanno messo 17 miliardi di dollari in acquisizioni europee. La maggioranza è andata oltre Manica, nel Regno Unito (12 miliardi), ma tra i 5 miliardi verso l’Europa continentale ben 2,2, cioè quasi la metà, sono arrivati in Italia. E questo significa che il nostro Paese risulta attraente, dà fiducia, possiede aziende, società, conglomerati industriali, finanziari ed energetici di primo piano, che piacciono – e molto – in giro per il mondo.
Detto questo, l’operazione Unicredit-Montepaschi significa ancora che la Cina comunista crede nel mercato capitalistico, al punto che non si lascia scoraggiare dallo scoppio della propria bolla finanziaria (ed edilizia) che nelle scorse settimane ha bruciato alla borsa di Shangai una cifra mostruosa: qualcosa come 3 mila miliardi di dollari andati in fumo per i cali continui dei valori delle azioni. Chi ha pagato tali perdite? I piccoli azionisti cinesi, in maggioranza, che però non demordono. Perché sanno bene che la borsa è ballerina, sale e scende, ma i valori industriali, manageriali, produttivi sono qualcosa di stabile e costruttivo. Altrimenti non si spiegherebbe che la Cina con la sua Banca Popolare, i suoi fondi sovrani, le sue partecipazioni incrociate, è presente con quote considerevoli nei capitali di Generali, Eni, Enel, Prysmian, Mediobanca, Intesa San Paolo, Telecom.
Dai dati disponibili, solo a livello di società quotate il capitale cinese presente assommerebbe a oltre 5 miliardi di euro, senza contare le partecipazioni in società non quotate o quotate all’estero. Dobbiamo essere quindi lieti che uomini d’affari cinesi fra poco entreranno nelle stanze dei bottoni del grattacielo Unicredit a Milano e tra i marmi di Rocca Salimbeni a Siena. Evidentemente non sono solo in cerca di utili, ma anche vogliono apprendere le nostre competenze amministrativi e finanziarie. Qualcosa l’Italia può ancora dare al mondo, forse “insegnare” al mondo! A noi rimane la soddisfazione e l’accortezza di non svendere troppo i nostri gioielli. Dovremmo cercare di conservare il “cuore” delle nostre aziende, con il patrimonio secolare di iniziativa che ci contraddistingue.

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