Premio Strega 2015: la ferocia esiste ma può essere vinta

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lagiopdi Marco Testi

La storia di una famiglia ricca. La storia di cosa c’è dietro quella ricchezza. “La ferocia” (Einaudi) che ha vinto il premio Strega 2015 è questo. Perché famiglia e ricchezza da sempre sono al centro dei racconti che rimangono. Thomas Mann ha narrato cosa ci fosse dietro l’intimità dei talami e la circolazione del denaro, così come Faulkner ha messo a nudo il re-famiglia, svelandone la prosaicità, l’aspirazione alla tragedia e le cadute indicibili. Per non parlare di Moravia e di Federigo Tozzi. Ma forse l’autore che più viene alla memoria leggendo le pagine dell’ultimo romanzo di Nicola Lagioia, barese, classe 1973, è il Musil di “L’uomo senza qualità”, quello che narra il rapporto complice e ambiguo di Ulrich e di sua sorella Agathe sullo sfondo della decadenza della società asburgica.
La ferocia è una delle facce di questa dinamica sempre elusa, sempre narrata, sempre operante nella realtà. I personaggi di Musil sono paralizzati dalla loro eccessiva virtualità, si direbbe oggi, da un pensiero che gira intorno a se stesso e non diviene mai reale, anche perché la realtà che circonda quei personaggi gronda lacrime e stridore di denti.
Ma quando si citano dei precedenti si corre un rischio: quello di svalorizzare le opere seguenti. Come se un prima fosse superiore a un poi, come se per forza di cose il poi dovesse avere pesanti debiti con il prima. Certo che i debiti ci sono: se si vuole essere pignoli anche il prima di Mann, di Musil, di Faulkner era debitore di altri prima, diventano a sua volta il poi del primo Novecento. Sgombrato il campo dai sospetti che questa Ferocia sia figlia diretta delle ineludibili ferocie della ricchezza, della speculazione, della follia e del fato narrate nei “Buddenbrook” o in “L’urlo e il furore” e in tanta altra letteratura, si deve dire una cosa. Scomoda ma essenziale. Questo racconto di un amore fraterno e ossessivo, dei sensi di colpa per la corruzione e il dolore scaturiti dal cammino verso il troppo e l’inutile del proprio clan, ha vinto lo Strega. Perciò si troverà in mezzo ai due fuochi di quelli che diranno che non è un capolavoro e degli altri che lo osanneranno come il meglio che la nostra narrativa ha prodotto quest’anno.
La realtà è diversa. Ci sarà di meglio in circolazione, ma poteva vincere anche di peggio. Rimane il fatto che uno scrittore meridionale trapiantato a Roma ha vinto il più prestigioso premio letterario italiano con un’opera ben scritta, che parla della sua Puglia e che affronta il tema del male sia dal punto di vista individuale, sia da quello generazionale. La ferocia delle cose è quella darwiniana della lotta per il cibo, ma anche per la sua conservazione, per la sua moltiplicazione e per il profitto che questa conservazione può ricavare.
Siamo fuori, ad esempio, della fedeltà al modello di Max Weber e della sua equivalenza calvinismo-capitalismo. Non c’è più quel capitalismo, sembra dire Lagioia nel suo ultimo romanzo. C’è il cupio dissolvi nascosto dietro l’ottica del guadagno, non è più accumulazione, quella narrata dal racconto, ma lacerazione, disconoscimento del giusto, celebrazione dell’eccesso che diviene corsa notturna a piedi in mezzo alla Taranto-Bari. Come capita all’agnello sacrificale del libro, Clara, la cui morte è il centro focale della storia. Che è anche la storia di un fratello, o meglio, fratellastro, che cerca di trovare la ragione di quella morte, per mezzo di una ricerca che è celebrazione (questa sì figlia di Faulkner) della malattia, dell’alterità, dell’impotenza come uniche possibilità di cambiare davvero il mondo.
Alla fine rimane proprio questo messaggio: è possibile respingere il male. Un attento lettore di Tolstoj come Lagioia sa che lo si può fare respingendo la violenza, il profitto inutile, la corsa verso l’accumulazione in sé e per sé, che sono la maschera sotto la quale si cela la volontà di morte. Alla fine è questo che rimane del libro premio Strega 2015. La ferocia esiste. Ma può essere vinta.

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