Le badanti tornano a parlare italiano, la storia di Angela

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badantiGiovanna Pasqualin Traversa

Un settore occupazionale in controtendenza, destinato a crescere ulteriormente a causa del progressivo invecchiamento della popolazione, e nel quale aumentano le lavoratrici italiane. Nei giorni scorsi l’Inps ha reso noto che la crisi economica ha ridotto la richiesta di servizi domestici da parte delle famiglie, ma non del lavoro di cura per gli anziani. Nel 2014 i lavoratori domestici sono infatti diminuiti complessivamente del 5,8%, ma tra questi le badanti hanno “tenuto” (da 365.057 a 364.132). Aumentate quelle di nazionalità italiana, passate da 56mila a 63.789 (+13,9%). Che le badanti tornino a parlare la nostra lingua non è tuttavia una sorpresa. Il dato già emerge dall’indagine “Viaggio nel lavoro della cura”, realizzata nel giugno 2014 dall’Istituto di ricerche educative e formative (Iref) per conto di Acli colf e Patronato Acli. Le lavoratrici intervistate, un campione di 837 badanti residenti in 177 Comuni, hanno un’età compresa tra i 45 e i 64 anni; un quarto è di nazionalità rumena; un altro quarto di nazionalità ucraina. Seguono Perù, Moldavia, Asia, Africa e Italia. Il 76,5% dei rapporti di lavoro è regolato da un contratto scritto. Il 60% delle badanti convive con le persone assistite, il 42,4% delle quali non autosufficiente. In alcune circostanze sono richieste anche mansioni parainfermieristiche con carichi lavorativi e orari che superano il massimo previsto dal contratto nazionale (54 ore). Questa situazione sembra tuttavia riguardare soprattutto le lavoratrici straniere, spesso obbligate per necessità a “subire” vere e proprie forme di sfruttamento, mentre le italiane, non di rado “espulse” per la crisi dal mercato del lavoro e costrette a “reinventarsi”, appaiono più consapevoli dei propri diritti.

Anche un po’ acrobate. È il caso di Angela Marenna, 50 anni, ragioniera della provincia di Varese. Impiegata per 27 anni in una ditta che qualche anno fa è stata costretta a chiudere, Angela si è “ripensata” professionalmente ma, ci racconta, con una “missione” ben precisa: “Rendere più bella la vita degli anziani in quegli anni, magari pochi e faticosi, che restano loro da vivere”. A volte è un’impresa da acrobate: richiede pazienza, equilibrio, elasticità, resistenza alla fatica; occorre capacità di ascoltare e di restare spesso in silenzio; occorre soprattutto capacità di prendersi cura, ma per Angela “ogni giorno è importante e va colorato di senso”. Cinque anni fa ha perduto all’improvviso in un incidente automobilistico Martina, la sua unica figlia, allora ventenne. “Quando muore un figlio muori anche tu – dice -. Il tempo si ferma, tutto si oscura, vorresti sprofondare, sparire, ma poi quel figlio che hai portato dentro, hai partorito e all’improvviso ti viene strappato, ad un certo punto lo senti rivivere dentro di te, e anche se il dolore rimane, ogni giorno assume un valore nuovo”. Martina era una ragazza solare, generosa, per sua natura attenta alle persone più deboli. Per Angela è stata lei, che tornando da scuola allungava spesso la strada per accompagnare a casa qualche vecchietta portandole le buste della spesa, a “suggerirle” la via da intraprendere.

La gioia ritrovata. Così, dopo due anni di smarrimento, Angela chiede aiuto ad una sua sorella che lavora alla sezione Acli di Varese. Ha le idee chiare: deve trovare un lavoro, perché in famiglia serve il suo contributo economico e perché “il lavoro dà dignità”, a condizione però che le consenta di rimanere a vivere a casa propria con il marito, “tutto quello che mi è rimasto”. Per tre mesi si occupa del signor Angelo, gravemente infermo ma mentalmente lucido. “Mi ero affezionata – confida -. Ho sofferto quando è morto”. Poco dopo inizia l’esperienza con una signora malata di Alzheimer, e lo scenario cambia completamente. Nei confronti di una persona tornata un po’ bambina, separata dal mondo da un muro invisibile ma bisognosa d’affetto, Angela sperimenta la latitanza dei familiari, quello che definisce un “vero e proprio abbandono” accompagnato dalla richiesta di prestazioni “impossibili”, e decide di lasciare. Ora accudisce per 30 ore a settimana una ex farmacista di 84 anni, la signora Teresa Maria, lucida, autonoma ma lievemente depressa, la stimola ad avere cura di sé, la accompagna a fare passeggiate perché, sostiene, “bisogna uscire, respirare, camminare, incontrare persone”, le tiene in ordine la casa. E l’ascolta con attenzione “perché le persone anziane hanno bisogno di raccontarsi”. Forse è anche un modo di rileggere la propria vita per darle senso compiuto. Ieri, e Angela assicura che per lei è la ricompensa più bella, si è sentita dire: “Mi stai ridando la gioia di vivere”.

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