Antonio Bonfini raccontato da: Mons. Catani, prof. Tassotti, dott.ssa Ferracuti e altri illustri relatori

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Print this page

di Giuseppe Mariucci (da un reportage in collaborazione con Letizia Ferracuti)

MONTALTO DELLE MARCHE – A Montalto delle Marche, sabato 27 giugno, alla presenza del Prof. Raffaele Tassotti (Sindaco di Montalto delle Marche), di Monsignor Don Vincenzo Catani (storico e presidente dei Musei Diocesani della Diocesi di San Benedetto del Tronto-Ripatransone-Montalto), della Dott.ssa Daniela Tisi (Direttrice della Rete Museale dei Musei Sibillini) del Prof. Luigi Morganti (Presidente dell’Istituto Cecco d’Ascoli), dell’architetto Adriana Cipollini e della Dottoressa Letizia Ferracuti (archivista parrocchiale dell’Archivio Storico Micaelico di Montelparo), s’è celebrata una delle quattro giornate-studio del convegno transnazionale su Antonio Bonfini (Patrignone 1427 – Buda 1505) umanista e storiografo italiano .

In particolare la dottoressa Letizia Ferracuti, nel suo intervento su “Mirabilia Montelparesi: i Bonfini a Montelparo”, ha ridonato nuova luce alla chiesa di Sant’Antonio da Padova di Montelparo definendo la committenza degli altari interni. Ad Annibale Bonfini (circa 1600-1660) e al suo entourage furono commissionati, infatti, con estrema sicurezza, dal vescovo di Montalto Marche, il modenese Girolamo Codebò, tra il 1645 e il 1661, tutti i lavori per le cappelle della nuova cattedrale montaltese e, sempre negli stessi anni, le decorazioni in stucco e le pitture, oggi perdute, presenti nella chiesa di Sant’Antonio da Padova.

Letizia Ferracuti ha sostento anche la tesi che il Crocefisso Processionale della collegiata di San Gregorio Magno poteva essere stato commissionato, dagli eredi del Cardinal Montelparo, alle maestranze patrignonesi e in particolare alla bottega di Desiderio Bonfini (1570-1634). L’ipotesi attributiva si è sviluppata attraverso lo studio dei tre Crocefissi donatelliani, e in particolare quelli padovani, che hanno influito il modus facendi di Desiderio.
Non a caso la dottoressa Maddalena Trionfi Honorati ne evidenzia il donatellismo nella raffigurazione del San Giovanni Evangelista di Penna San Giovanni. La dottoressa Ferracuti ha sottolineato l’ipotesi attributiva per lo stile e la forma del viso, in particolare del naso del Cristo dal profilo molto acuto, che è  proprio quello di Desiderio Bonfini. Eppure, a oggi, per mancanza di fonti archivistiche precise, si può sostenere l’ipotesi attributiva solo per qualità stilistiche. Questo anche a causa dell’incendio doloso che colpì la collegiata San Gregorio Magno, nel 1745, e che fece perdere molti oggetti accolti negli ambienti chiesastici.

Inedita, per la dottoressa Ferracuti, è anche l’attribuzione a Giacomo Bonfini da Patrignone (grazie anche alla collaborazione nata in occasione delle conferenze con la dottoressa Beatrice Barbizzi) di parte del ciclo di affreschi quattrocenteschi e cinquecenteschi nell’arco aperto proprio in questi mesi nella chiesa matrice di San Michele Arcangelo di Montelparo. Il San Giuseppe e San Biagio, nell’intradosso di sinistra, già studiati dal dottor Antonio Lazzari, possono essere paragonati per stile e forma a quelli patrignonesi di Santa Maria in Viminata e a quelli di Cossignano.

Nel museo di Arte Sacra, sempre a Montelparo, si è rilevato invece un reliquiario ligneo con il fastigio a doppia voluta riferibile alla bottega patrignonese dei Bonfini.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *