Se “farsi prossimo” diventa una categoria della politica

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immigratiDi Gianni Borsa

“Costruire ponti”: l’espressione non è nuova, talvolta persino abusata. Eppure sempre efficace. Specie se si parla di persone migranti, di rifugiati, di individui e di intere popolazioni che fuggono dalla disperazione, dalla fame, dalla guerra. E a sua volta realizza una convergenza, un “ponte”, tra voci diverse in Europa, forse una sintonia all’interno della crescente cacofonia anti-stranieri, anti-migranti, che attraversa l’opinione pubblica del continente europeo, alimentata da media compiacenti e da politici che intendono lucrare posizioni di potere sulla pelle degli stessi rifugiati.
Che il fenomeno migratorio sia un “problema” a tutti gli effetti è verissimo e palese. Produce lacerazioni, fatiche, costi economici. Pone forzosamente a confronto genti, culture e religioni le più disparate. Se poi gli sbarchi dei migranti approdano sulle spiagge di un’Europa in crisi di suo, fra economia in recessione e identità in retromarcia, allora il problema lievita.
Detto questo, c’è chi non si rassegna. Il Consiglio europeo (summit dei 28 capi di Stato e di governi Ue), convocato a Bruxelles il 25 e 26 giugno, aveva all’ordine del giorno – oltre alla drammatica situazione greca e al tema della sicurezza – la questione delle migrazioni, nel tentativo di andare incontro ai Paesi mediterranei più esposti agli arrivi di massa, di organizzare un’adeguata e legittima protezione delle frontiere, ma anche di immaginare (siamo ancora a questo stadio) una futura politica migratoria comune. Un dibattito fra i leader europei sviluppatosi tra qualche spinta alla “solidarietà” e ai “no” decisi di vari governi che – tra muri, fili spinati e clausole opt-out – sostanzialmente chiudono le porte a chi invoca aiuto e dignità.
Eppure alla vigilia del summit non sarà sfuggito l’intervento del vice presidente della Commissione Ue, Frans Timmermans, che intervenendo alla plenaria dell’Europarlamento il 24 giugno ha affermato: “Costruire ponti, dev’essere questo il compito” del Consiglio europeo. “Sono le migrazioni il settore in cui si può manifestare la solidarietà europea”, ha insistito Timmermans, fra gli applausi di ampia parte dell’emiciclo e i musi lunghi degli euroscettici. Per Timmermans occorre essere coscienti “che prima o poi il problema delle migrazioni tocca tutti” e quindi “non bastano le lacrime che versiamo a ogni disgrazia che accade nel Mediterraneo. Dobbiamo tendere la mano a questi infelici che scappano dal loro Paese”. Il politico olandese ha ammonito: “Quando trattiamo dei profughi non possiamo parlare di ‘quote’, perché è questione di rispetto della dignità umana”. Poi ha aggiunto: “Dobbiamo dare aiuto ai Paesi più esposti. Ma occorre essere fermi verso coloro che non hanno diritto all’asilo. In questo caso bisognerà procedere con i rimpatri”. Solidarietà e responsabilità devono camminare insieme, dunque, anche in funzione di una politica che prefiguri direttrici legali di migrazione.
È possibile leggere in questa posizione una convergenza con le parole più volte giunte in questi mesi da Papa Francesco, da tanti vescovi e Conferenze episcopali, da Caritas e ong cattoliche, da Ccee e Comece. È stato ribadito con innumerevoli accenti la scorsa settimana a Praga, dove erano riuniti i segretari generali delle Conferenze episcopali d’Europa. E il tema tornerà in discussione a Vilnius (Lituania) dal 29 giugno al 2 luglio, dove il Ccee ha promosso l’incontro su “Migranti e rifugiati: oltre l’emergenza”, alla presenza dei vescovi responsabili per la pastorale dei migranti delle Conferenze episcopali in Europa. A tale riguardo mons. Duarte da Cunha, segretario generale del Ccee, afferma: a Praga “è emerso chiaramente come tutta la Chiesa del continente è impegnata a fare fronte alle sfide risultanti dall’attuale fenomeno migratorio verso l’Europa”. Per questo “è necessario il coinvolgimento di tutte le parti: società civile, Chiesa e autorità pubbliche sono chiamate ad agire in sinergia”. Per mons. Da Cunha “non possiamo fare finta che nulla accada attorno a noi; non possiamo distogliere lo sguardo da quell’umanità ferita che ci tende la mano. La Chiesa insieme a molte altre organizzazioni non governative non solo è impegnata nell’amministrare i primi soccorsi, ricordando che innanzitutto è la persona umana, con la sua dignità, che va rispettata e preservata, ma è anche impegnata a costruire ponti” tra chi arriva e chi vive nei diversi Paesi europei. Sullo sfondo si può intravvedere l’immagine del Buon Samaritano che aiuta e conforta chi è nel bisogno, senza fare conti, senza domandarsi quanto gli costerà. Certo, l’Ue non è un soggetto evangelico: ma se il bene dell’Europa coincide con il bene dell’umanità, e viceversa, in qualche caso il “farsi prossimo” può diventare una ragionevole e lungimirante categoria politica.

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