L’Isis vuole globalizzare il terrore

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ISISDi Maria Chiara Biagioni
Da Grenoble in Francia a Sousse in Tunisia, passando per Somalia e Kuwait City. 26 giugno 2015: una data che rimarrà alla storia come il venerdì nero del terrore globale. Una giornata frenetica, in cui si sono rincorse le notizie, le dirette tv, le dichiarazioni alla stampa di politici e procuratori. Una giornata terribile al termine della quale alla conta dei morti, 96 in totale, non resta che chinare la testa in segno di lutto e fare silenzio. L’Isis ha rivendicato gli attacchi a Sousse e a Kuwait City.
Sono le 9 e 50 di mattina quando la Francia ripiomba nel suo incubo più oscuro: il terrorismo di matrice islamica. Sono passati solo cinque mesi dagli attentati di Parigi e questa volta viene preso di mira un impianto di gas industriale, Air Products, a Saint-Quentin-Fallavier, nel Dipartimento di Isère, a pochi chilometri da Grenoble e Lione. Non è tanto il bilancio dei morti a inquietare gli animi quanto l’efferatezza dell’azione: l’attentatore, Yassin Sahli, dopo aver appiccato un incendio nell’impianto, ha ucciso il suo datore di lavoro e lo ha decapitato. Si sarebbe poi fermato per infilzare la testa sulla recinzione e ha deposto il corpo un po’ più lontano con accanto una bandiera con scritte in arabo. È un François Hollande scuro in volto quello che appare alle 12.30 a Bruxelles alla prima conferenza stampa. Il presidente della Repubblica era nella capitale belga per partecipare ad una riunione dei capi di Stato o di governo dell’Ue, indetta per discutere delle “sfide in materia di sicurezza” e di lotta al terrorismo. L’attentato in val di Isère è una doccia fredda. È chiaro che quello che è accaduto a Grenoble non è un attacco alla Francia ma all’Europa intera. “L’emotività – ha detto Hollande – non può essere la sola risposta. Occorrono azione, prevenzione, dissuasione”. Poi un appello: quello di “essere all’altezza della circostanza”, di “non cedere alla paura”, non “creare divisioni inutili, sospetti che sarebbero intollerabili”.
La Chiesa francese reagisce invitando i cattolici alla preghiera. È un coro unanime che si alza da tutte le parti. Si unisce anche l’associazione Aiuto alla Chiesa che soffre. È monsignor Guy de Kérimel, vescovo di Grenoble-Vienne, a prendere la parola. “Nessuna ideologia, nessuna religione può legittimare simili barbarie”. Il vescovo ricorda che la giornata di venerdì cade nel periodo di Ramadan, il mese sacro dei musulmani, dedicato alla preghiera, al digiuno, alla solidarietà con il povero. Un mese che dovrebbe aprire alla fraternità e “scacciare dai cuori odio e violenze”. E conclude con un appello a continuare a credere nella convivenza possibile: “Gli atti terroristici per quanto mostruosi possano essere, non riusciranno a minare la nostra fiducia nell’amore misericordioso di Dio”. La Grande moschea di Parigi condanna con fermezza la barbarie terrorista e il rettore Dalil Boubakeur chiede alla Nazione di non cedere “ai rischi degli amalgami che farebbero solo il gioco dei terroristi”.
Ma la giornata non finisce a Grenoble. Passano pochi minuti e nel mirino dei terroristi cade l’hotel Riu Imperial Marhaba di Port El Kantaoui, in Tunisia. Due uomini armati di Kalashnikov a bordo di un gommone sbarcano sulla spiaggia e danno il via alla strage. Sono passati appena tre mesi dall’attentato al museo Bardo di Tunisi e il bilancio anche questa volta è pesantissimo: 38 morti. Ma il terrore, in questo venerdì di Ramadan, è globale. E colpisce anche i musulmani. Accade a Kuwait City, dove un uomo è entrato in una moschea sciita e si è fatto saltare in aria al grido di “Allah è grande”, ripetuto tre volte. Nello stesso giorno in Somalia sono più di 50 i soldati del Burundi uccisi in un attentato sferrato dai miliziani somali di al-Shabaab contro una base militare della missione dell’Union Africana in Somalia (Amisom) a sud di Mogadiscio. Di fronte a tanta efferatezza, l’arcivescovo di Canterbury Justin Welby, capo spirituale degli anglicani nel mondo, invita tutti a non cedere alla logica del terrore. Gli attentati “mirano non solo a distruggere ma a dividere, non solo a terrorizzare ma a toglierci l’impegno degli uni verso gli altri nelle nostre società”.
Ma c’è una correlazione tra quanto è successo nel mondo in questo venerdì di Ramadan? Se lo chiede Isabelle de Gaulmyn, giornalista del quotidiano cattolico “La Croix”. E se formalmente non si può parlare di un’unica regia, di fatto la “messa in scena” lascia intravedere, come sempre, una “abilità mediatica agghiacciante”. Tutto sembra essere stato scelto con macabra attenzione ai particolari a partire dalla data e dai luoghi colpiti: una moschea, una zona turistica, un impianto industriale, una base militare. La giornalista francese parla di una “globalizzazione del terrore” di fronte alla quale occorre un sussulto di solidarietà internazionale. Ne hanno dato testimonianza il presidente francese François Hollande e il suo omologo tunisino Beji Caïd Essebsi, che al termine di questa giornata di lutto e di dolore si sono sentiti ed hanno ribadito in un comunicato congiunto il loro impegno a combattere il flagello del terrore. Due popoli, due nazioni. Uniti per la democrazia e la libertà.

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