Malnutrizione dimezzata: la lezione del Mali

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MaliDi Davide Maggiori
“Le prospettive per la sicurezza alimentare in Africa sub-sahariana sono più rosee che mai”. Si intitola così un recente rapporto della Fao (l’organizzazione per il cibo e l’agricoltura delle Nazioni Unite), che riporta cifre incoraggianti per quanto riguarda la lotta alla fame: il continente, calcolano gli esperti dell’Onu, negli ultimi vent’anni ha visto crescere del 12% la disponibilità di cibo e la percentuale di chi soffre di malnutrizione cronica è calata dal 33% del 1990 al 23% di oggi. Tra gli esempi positivi, poi, è citata proprio l’Africa occidentale che pure – appena nel 2012 – ha vissuto una crisi alimentare che colpì oltre 18 milioni di persone: nell’area, attualmente, può definirsi malnutrito il 9,6% della popolazione, contro il 24,2% dei primi anni Novanta.
Esempio Mali. Tra i Paesi che sono riusciti a centrare il risultato di dimezzare sia in percentuale che in termini assoluti la malnutrizione, c’è il Mali. Qui, “nonostante le precipitazioni irregolari e altri problemi, la produzione di cibo è ancora superiore alla media e la situazione sta anche migliorando, grazie a progetti che permettono di ottenere raccolti migliori: le famiglie producono di più per il loro sostentamento”, spiega Kerri Agee, capo dei programmi di Catholic Relief Services (Crs), ong della Chiesa statunitense. Tuttavia, aggiunge, “c’è molto altro rispetto al cibo che va considerato, in un ambiente come quello maliano, innanzitutto la varietà dell’alimentazione: se manca, si possono comunque avere altri problemi di salute”. E anche tenendo conto del dato generale, le fa eco il suo collega Niek de Goeji, “c’è una distribuzione ineguale dell’impatto nell’insieme del Paese: la capitale Bamako, che raccoglie il 16-18% della popolazione, e il resto del sud probabilmente ne beneficiano molto più del centronord”. A pesare è la situazione di insicurezza nelle regioni settentrionali, ma anche il cambiamento climatico, che, prosegue de Goeji “può far deteriorare rapidamente la situazione”. L’equilibrio, infatti, si regge su molti fattori, tra cui la durata e la distribuzione delle piogge, che da tempo subiscono variazioni. “Gli agricoltori stessi – testimonia ancora de Goeij – raccontano che per anni i semi hanno dato raccolti ragionevoli in queste zone, ma che adesso sono inutilizzabili per via dei cambiamenti nella stagione piovosa”. Nel complesso, certo, i miglioramenti ci sono stati, ma, proseguono gli operatori della ong statunitense, “bisogna puntare su fattori che estendano i progressi”. Un modo di farlo, ricorda Agee, è sostenere l’agricoltura familiare e i piccoli produttori, “quelli – spiega – che, anche in un contesto di statistiche nazionali positive, producono solo quanto basta loro per vivere”. Spingendoli ad associarsi, ad esempio, “si possono mobilitare più risorse ed avere accesso a possibilità che l’individuo non potrebbe avere, cominciare programmi di risparmio e altre attività che integrino i proventi della coltivazione dei campi”.
Interventi sulle cause. “Guardando in prospettiva – aggiunge da un altro punto di vista Marco Alban, rappresentante in Africa Occidentale dell’organizzazione non governativa italiana Lvia – uno sviluppo positivo recente è che finalmente si è iniziato a parlare anche ufficialmente con le istituzioni statali di malnutrizione, un problema che in molti casi i governi africani negavano: quindi dei passi avanti si stanno facendo, ma bisogna lavorare su indicatori come il numero assoluto di quanti soffrono la fame, non sulle percentuali”. Lo stesso documento della Fao, in effetti, fa notare come il successo di questa battaglia abbia un limite. A livello continentale, infatti, a un calo in termini percentuali della malnutrizione corrisponde un aumento nei numeri assoluti: da 175 milioni di persone a 220, sempre nell’arco di tempo 1990-2015. I progressi, cioè, sono più lenti dell’aumento della popolazione. Ma, anche in questo caso, non in Africa occidentale, dove anche la cifra complessiva è calata di 11 milioni. Qui, anche la carestia del 2012 ha portato ad affrontare la questione in maniera più globale: “Oggi non si interviene solo sulla malnutrizione, ma anche sulle sue cause – conclude Alban -.  L’accesso all’acqua, le filiere agricole, la produzione, l’indebitamento economico delle famiglie: bisogna lavorare su tutte queste dimensioni”.

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