Parma, dopo il fallimento chiamati a fare squadra

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ParmaDi Maria Cecilia Scaffardi

F come fallimento. Decretato, per il Parma Fc il 22 giugno 2015, dopo che anche gli ultimi possibili acquirenti si sono ritirati. Troppo alti i debiti lasciati insoluti per quello che è stato definito dal giudice Rogato “un caso impossibile”. Una fine annunciata, di cui non sono mancati segnali forti di avvertimento, a partire dall’esclusione un anno fa della squadra dalla competizione in Uefa. Segnale che nessuno ha voluto cogliere, contestando lo stesso regolamento, che faceva pagare alla squadra le colpe di altri, ovvero il non pagamento di quanto dovuto. Gli occhi puntati sulla squadra e sul pallone e non sui sintomi di una patologia che stava già segnando in modo irreversibile la possibilità di sopravvivenza. Altri, che per tutti hanno un nome e un volto: l’ex presidente Tommaso Ghirardi e l’ex amministratore delegato Pietro Leonardi.

C come controlli mancati. “Con le regole vigenti non si poteva fare di più”, dicono in casa della Lega e della Figc, che affermano la necessità che anche il mondo del calcio deve essere sostenibile economicamente, con passi che vanno compiuti secondo la propria gamba. Ma anche coda di paglia, dal momento che il presidente della Lega ha anche annunciato: “Cercheremo di creare le condizioni perché non ci sia più un caso Parma”. Come a dire: c’è qualcosa in più che va fatto. Superficialità anche in città, dove il debito accumulato delle utenze insolute e degli affitti arretrati non ha né fatto prendere provvedimenti (come avviene nel caso di nuclei familiari o di soggetti individuali), né creato allarme. Come a dire: al calcio si perdona tutto. Salvo poi gridare “al lupo”, quando ha già fatto delle vittime.

S come storia. Una storia costellata di coppe, quella del Parma, che da poco aveva celebrato i cento anni di vita. Nell’ultimo quarto di secolo, diversi i trofei acquistati sul campo: 3 coppe Italia, una Supercoppa Italia, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa europea, due Europa League. E una capacità di rinascita e di ripresa anche dopo batoste non piccole. Una squadra che, quella di Nevio Scala ad esempio, ha segnato anche positivamente la storia della città, promuovendo e diventando anche testimonial di campagne di volontariato.

F come finestra. La vicenda del Parma calcio apre diverse finestre. Una sul mondo del calcio, partendo dalla constatazione che dove scivolano con facilità molti soldi, si incuneano giri perversi di corruzione. È del mese scorso l’accusa di corruzione, che ha portato all’arresto di sette dirigenti della Fifa. È di queste ore il crac del Catania. Controlli, ma anche regole etiche ferree, stipendi meno alti per tutti, a partire dai giocatori che già quando sono arruolati nelle squadre degli under si portano a casa stipendi che un lavoratore normale vede in un anno… Ma una finestra si apre anche sulla città e su chi è rimasto, ancora una volta spettatore anziché intervenire.

I come identificazione. E se è vero che il fallimento di una squadra di calcio non è sinonimo del fallimento di una città (anche se c’è in giro una sorta di “lutto collettivo”, per la forza identitaria data dal calcio), è anche vero che questo è uno dei tanti pezzi che la città sta perdendo, obbligandola a svegliarsi e a non continuare a seguire sogni di grandezza effimera. Prendere atto di quello che sta accadendo è una condizione per poter ripartire e non solo sul campo di calcio.

D come dilettanti. La serie D rappresenta una concreta possibilità per questa ripartenza. Ma anche questa non è scontata. Ha dei tempi (una settimana) e delle modalità da decidere. Ora il titolo è consegnato nelle mani del sindaco, che in questi giorni si trova in America. Una vicenda, questa, che non si può affrontare a distanza, né tramite Facebook o Twitter.

D anche come dignità. Quella che non si vuole tener alta, nonostante tutti i fallimenti. Dei giocatori, dei tifosi, di ogni cittadino. Su questo terreno, la partita più importante, che chiama tutti, dalle istituzioni a chi ha responsabilità educative a chi abita la città, a fare squadra.

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