Le diseguaglianze costringono le famiglie a risparmiare

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soldiDi Luigi Crimella
Alcuni piccoli segni di una “ripresa” che sarebbe in atto sono indubitabili: aumento delle assunzioni col Jobs Act, crescita dell’acquisto di auto nuove e del numero di mutui edilizi sottoscritti, produzione industriale in lieve recupero. Eppure gli italiani sembrano non credere che questa ripresa ci sarà davvero, o per lo meno che sia sufficientemente rapida e forte. Come attestano recenti ricerche di centri quali il Censis e l’Eurispes, la pensa così la maggioranza dei nostri concittadini, che per oltre due terzi temono per il proprio futuro. E cosa fanno le famiglie italiane? Come delle brave “formichine”, risparmiano. Negli anni della crisi tra il 2007 e il 2014, come riferisce la Banca d’Italia, il tesoretto accantonato in più rispetto ai risparmi già detenuti, è aumentato di 211 miliardi di euro. Solo nell’ultimo anno i contanti e i versamenti sui conti correnti sono cresciuti di 36 miliardi, portando lo stock dei fondi liquidi a 1.300 miliardi. Se a questa cifra si aggiungono le risorse investite in titoli, fondi, gestioni, polizze, i risparmi delle famiglie del nostro paese raggiungono quasi 4 mila miliardi (una media di 160 mila euro a famiglia).
Un Paese liquido, sfiduciato e un po’ disperato. Siamo un popolo virtuoso e “risparmioso”, sicuramente più di altri (Usa, Gran Bretagna, Germania) che invece lamentano un tasso di indebitamento familiare molto più elevato del nostro. Il contraltare di questa situazione è però che il nostro Paese è come fosse “fermo”. Siamo liquidi, ma anche sfiduciati e un po’ disperati. È naturale chiedersi se sia un bene risparmiare, oppure se tanta parsimonia e prudenza si risolverà in un male. Secondo il presidente del Movimento cristiano lavoratori (Mcl), Carlo Costalli, “le nostre famiglie confermano anche in questo caso di essere un grande valore, perché sono le uniche che fanno risparmio, anche se meno che in passato. Ancora non siamo riusciti a dare una prospettiva sul futuro, su quello del lavoro, dei figli, della previdenza e quindi si vive una sottile paura collettiva. Il risparmio diviene così una sorta di auto-difesa davanti a incertezze di notevole portata”. Costalli aggiunge: “Visto che le famiglie risparmiano, ci mancherebbe soltanto che qualcuno le accusasse di egoismo! Invece, urgono politiche di inclusione e valorizzazione sociale”.
Basta “austerità” e meno tasse sui lavoratori. Il presidente nazionale delle Acli, Gianni Bottalico, ritiene che “i dati della Banca d’Italia sull’aumento dei depositi e degli impieghi bancari negli anni della crisi siano solo all’apparenza paradossali. Si tratta invece di un comportamento perfettamente razionale sotto diversi aspetti – afferma -: lavoratori e famiglie avvertono una maggiore insicurezza sul futuro, coloro che sono rimasti scottati in Borsa si tengono lontani da questo tipo di investimento, in molti casi quel che resta del patrimonio famigliare, eroso da una tassazione decisamente eccessiva sui beni mobili e immobili, non permette più come in passato alle famiglie di comprare la casa per i propri figli (un comportamento peraltro che lo stato scoraggia dal punto di vista fiscale) né di avviare piccole attività imprenditoriali (anche in questo caso per un fisco eccessivo e per delle normative asfissianti per i piccoli e che invece sono aggirate con relativa facilità dai grandi operatori economici). L’unica cosa che si può fare quindi – dice Bottalico -, per chi ancora può permetterselo, è quelao di risparmiare per garantirsi un welfare fai da te per la vecchiaia, la malattia, la pensione, l’istruzione dei figli”. La sua “ricetta” è che “solo superando le politiche di austerità sarà possibile porre fine ai tagli al welfare, nel contempo diminuire le tasse per i ceti lavoratori e per le famiglie e in definitiva ridare fiducia ai cittadini in modo da incentivare i consumi e gli investimenti”.
Alt al consumo compulsivo e un ceto medio più debole. “La crisi degli ultimi anni ha prodotto notevoli cambiamenti nei comportamenti collettivi – dice Francesco Maietta, responsabile area politiche sociali del Censis -. È pressoché scomparsa la tendenza al consumo compulsivo e oggi le persone non solo hanno assunto una mentalità più sobria, ma sono disposte a mettere soldi su prodotti mutualistici ed assicurativi che in precedenza erano più trascurati”. Tra questi cita “la sanità per cui spendiamo 33 miliardi di tasca nostra per visite e interventi privati, oppure l’assistenza a anziani e malati per cui investiamo 9 miliardi in badanti. Questa disponibilità a mettere soldi su forme di assistenza private può generare nuova occupazione, nuovi redditi e anche una nuova qualità sociale”. Questa nuova sobrietà è anche figlia di una tendenza piuttosto marcata alla concentrazione delle ricchezze in poche mani. L’economista della Università Cattolica, Francesco Daveri, sottolinea che oggi “i pochi ricchi sono iper-ricchi e la lista dei nuovi poveri si è allungata fino a includere anche categorie che facevano parte della classe media”. “L’impoverimento della classe media è un fenomeno evidente un po’ dovunque – afferma – mentre i fondatori di aziende quali Google, Facebook, Apple, Microsoft, solo per citare i casi più famosi, in pochi anni hanno accumulato fortune immense”. È quella che viene definita “l’iper-meritocrazia”, dove – spiega Daveri – “chi vince si prende tutto e i vecchi ‘colletti bianchi vengono progressivamente tagliati fuori”. Da questo la tendenza profonda a risparmiare, perché le diseguaglianze aumentano anche tra coloro che un tempo erano il “ceto medio”, benestante e soddisfatto.

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