Conosciamo Don Florindo D’Emidio, missionario in Camerun da Sant’Egidio alla Vibrata

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Don Florindodi Sara De Simplicio

SANT’EGIDIO ALLA VIBRATA – Un santegidiese doc in missione in Camerun: questo il biglietto da visita di Don Florindo D’Emidio, sacerdote originario di Sant’Egidio alla Vibrata ma da molti anni in missione in Africa. Questa settimana lo abbiamo incontrato per farci raccontare la sua esperienza di vita dato che per un anno rimarrà in Abruzzo per motivi di salute: oggi Don Florindo dichiara di essere aperto a tutto, senza preclusioni o chiusure, e pronto a seguire le strade che Dio gli metterà di fronte.

Don Florindo, puoi raccontarci la storia della tua vocazione?
Da giovane non avevo l’intenzione di diventare sacerdote e quando a Faraone a tredici anni Don Guido mi invitava a rifletterci su mi dava quasi fastidio. Poi nel 1984 sono entrato a far parte del cammino neocatecumenale e lì ho iniziato a maturare l’esperienza della vocazione ma all’inizio non tanto per il sacerdozio quanto per l’itineranza. Sono, infatti, partito per tre anni come catechista itinerante lasciando il lavoro, prima per il Trentino e poi per Douala, avendo dato la mia disponibilità a trasferirmi in qualsiasi parte del mondo: sono arrivato lì come laico nel 1994 sulla base della Regola Soci con un sacerdote di Treviso, Don Giuseppe. Lì per due anni sono stato missionario in una baraccopoli resistendo anche ad una temperatura incredibile, con 39 gradi e il 100% di umidità, aiutando nella cucina e in parrocchia con le catechesi. Poi i responsabili regionali mi hanno mandato, insieme ad altri, a fare un esperienza a Basilea in Svizzera per annunciare il Vangelo  in un posto in cui i “santuari” erano le banche. Avevamo la consegna di dare i nostri averi ai poveri e vivere di elemosina e ci dicevano di ragionare così: “Se non riuscite a mangiare tutti i giorni, Cristo sarà il vostro cibo, se non troverete dove dormire Cristo sarà il vostro letto e se non vi accoglieranno sperimenterete  il rifiuto che ha vissuto Cristo”. Dormivamo nelle stazioni o nei sottopassaggi e combattevamo il freddo con i giornali e, nonostante tutto, è stata un’esperienza molto bella anche se molto forte.  Nel frattempo, a Douala, stava nascendo un seminario internazionale nel quale ho deciso di entrare nel 1996: avevo sperimentato direttamente sulla mia pelle la Provvidenza Divina che l’accesso al seminario fu un passaggio del tutto naturale.

Qual è stato finora il momento più significativo da quando sei sacerdote?
Le esperienze più significative sono legate al fatto che lì noi sacerdoti siamo chiamati ad essere non solo parroci: spesso siamo coinvolti in più aspetti della vita civile e spesso siamo strumenti di mediazione e sesso di denuncia di ingiustizie e soprusi. Lì ci sono bande armate che violentano donne davanti ai loro mariti e il giorno dopo guardano a volto scoperto in faccia le vittime. A volte si crea una sinergia tra magistratura, gendarmeria e bande per cui la Chiesa diventa il luogo di contestazione contro la corruzione. Una volta ho convocato, ad esempio, un’assemblea che ha aiutato poi la gente del posto ad avere coraggio nel denunciare i torti subiti. Inoltre, lì la gente difficilmente riesce o può sposarsi e molti matrimoni vengono celebrati di nascosto, nella cappella della canonica, pur di non far vivere alla coppia un periodo di convivenza senza il sacramento. Ed è bello vedere che si rivolgono a me quando sono in difficoltà perché io li ho sposati e io devo aiutarli. Vederli tornare a casa riconciliati e felici è stata per me una grande vittoria.

Quali sono le differenze che si riscontrano nell’essere un sacerdote in Africa?
In Camerun le parrocchie funzionano in modo del tutto diverso da qui e il parroco si occupa un po’ di tutto, come testimonia anche la Commissione Giustizia e Pace. La differenza principale, però, è che lì la Chiesa è un ospedale da campo perché ci sono continue situazioni di emergenza, dei bisogni primari che spesso non vengono soddisfatti: ci sono persone che vengono a cercarti aiuto perché non mangiano da giorni. C’è poi il problema della salute: lì per poterti curare devi pagare e se non paghi ti lasciano morire. Posso dire che ad oggi almeno, nella parrocchia Sainte Famille a Douala (la prima che ho avuto in gestione), abbiamo costruito un grande ospedale vicino ad una chiesa molto bella che può contenere fino a duemila persone, una canonica ed una scuola.

Quando è in Camerun c’è qualcosa che ti manca dell’Italia?
Sicuramente l’aria buona , la montagna e il cielo azzurro che in Africa non si vede mai. C’è, infatti, sempre una cappa ed è sempre umido…il sole non è mai visibile.

Qual è invece un pregio del Camerun e cosa può essere di esempio per i “cristiani occidentali”?
Una cosa positiva del Camerun è la grande partecipazione dei giovani in chiesa, soprattutto la domenica sera. E poi ci sono moltissimi bambini al contrario di qui dove la natalità è bassa e l’interesse economico prevale sulla famiglia e sul mettere al mondo dei figli. Inoltre, lì c’è un grande senso di rispetto per i luoghi sacri e la gioia di partecipare all’Eucarestia. Ci sono persone che per venire a messa percorrono tanti chilometri a piedi e che dopo tante ore di cammino non hanno le scarpe sporche di fango perché ci tengono ad entrare in un certo modo in chiesa. Le messe durano due ore  e ci sono donne di 85 anni che col bastone cantano e danzano mentre si accingono a prendere la comunione. C’è una vera e propria venerazione della Via Crucis e in tempo di quaresima la chiesa ospita anche 2000 persone.

Credo che, però, nonostante le diversità e al di là delle situazioni, il cuore dell’uomo è sempre lo stesso: l’importante è annunciare il Vangelo e la parola di Dio perché ognuno poi la riceve nella misura in cui può farlo.

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