Troppe energie sprecate a combattere il malcostume

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paoloLuigi Crimella

Il tema della “mobilità sociale” è quanto mai di attualità: dietro una definizione tecnica (la parola “mobilità”) si nasconde il dato che, a livello mondiale, circa il 10 per cento della popolazione detiene tra il 40 e il 50% delle ricchezze complessive, lasciando all’altro 90% di uomini e donne di spartirsi il rimanente. Se si considerano poi i poveri veri, cioè quel miliardo di uomini che tra Africa, Asia e sud America, vivono con pochi euro al giorno e spesso soffrono la fame, si capisce che parlare di “mobilità sociale” vuol dire studiare i modi perché, all’interno delle società odierne, si inneschino processi di miglioramento delle condizioni di vita generali: in una parola andare alla ricerca di nuovi modelli di sviluppo. Di questo si occuperà il Festival dell’economia di Trento (29 maggio – 2 giugno), giunto alla decima edizione. Tra i relatori, che parleranno di fronte a un uditorio fatto di migliaia di giovani, studenti e semplici cittadini in diversi ambienti del capoluogo trentino (dall’università alle piazze, ai teatri), ci saranno i premi Nobel Joseph Stiglitz e Paul Krugman, gli economisti Anthony Atkinson e Thomas Piketty, l’editorialista del “Financial Times” Martin Wolf, l’ex-commissario Carlo Cottarelli, il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, e molti altri da ogni parte del mondo. Sull’evento abbiamo interpellato il rettore dell’Università di Trento, Paolo Collini, per cogliere alcuni aspetti del tema della “mobilità sociale”.

Parlare di diseguaglianze è molto difficile. Da una parte, c’è il diritto di proprietà e, dall’altra, le esigenze della giustizia redistributiva. Con questo Festival pensa che sia possibile fare passi avanti nella riflessione teorica?

“Il Festival è sempre un’occasione molto propizia per la riflessione, perché non ha una tesi precostituita e mette in campo il meglio che c’è a livello di studiosi e di persone che vengono dal mondo dell’operatività. Non so se sarà un’occasione di sviluppo teorico, perché la sua prima finalità è rivolgersi a un pubblico molto ampio, di persone che sono motivate a capire le importanti dinamiche sociali odierne. La scommessa è comunque di offrire un contributo di alto livello scientifico, perché i partecipanti possano costruirsi opinioni fondate e basate su una ricerca di primo piano”.

Con la globalizzazione è aumentata la ricchezza complessiva prodotta dall’umanità, si sono elevate le condizioni generali di reddito e c’è stata anche un’emersione dalla povertà per centinaia di milioni di uomini. Tuttavia sembra che non si registri una altrettanto progressiva diminuzione della disparità sociale. Si dice che i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri, benché siano “meno poveri”, di fatto rimangono poveri. Come affrontare un tema così spinoso?

“È indubbio che nei vari Paesi che si sono affacciati a dinamiche di sviluppo, anche sostenuto, le differenze medie tra ricchi e poveri non sono diminuite, anzi in diversi casi sono aumentate. Ciò è avvenuto sia nei Paesi che hanno registrato in questi ultimi decenni un rapidissimo sviluppo, sia in quelli già sviluppati. Quello che si registra e che preoccupa gli studiosi è una riduzione della capacità delle persone di modificare la propria posizione sociale, e ciò sembra sempre più collegato alle personali condizioni di partenza. Si tratta di un dato negativo, non solo sotto il profilo personale, ma anche da un punto di vista economico, perché il permanere di eccessive differenze non favorisce la crescita economica, piuttosto la rallenta”.

Di chi è la colpa?
“Le differenze tra gli uomini, di per sé, sono un fenomeno naturale e rappresentano uno stimolo anche all’economia, perché inducono a cercare di costruirsi condizioni migliori. Ciò che appare negativo, anche sul piano etico, è che grandi differenze non si giustificano soprattutto quando non derivano dal proprio impegno diretto, ma sono legate a diritti acquisiti di proprietà, rispetto a cui non si ha alcun merito personale. Constatiamo che queste condizioni di partenza condizionano molto la capacità di muoversi e di progredire. Del resto la mobilità sociale è un elemento importante dell’economia, perché significa che il sistema valorizza i migliori. Anche in Italia assistiamo a queste dinamiche, perché molti, per l’impossibilità di ‘crescere’ all’interno del Paese, vanno a cercare la loro fortuna fuori. E questo non solo è socialmente ma anche eticamente deplorevole”.

Papa Francesco ammonisce sulla corruzione, come una vera piaga sociale diffusa un po’ dovunque. Il suo monito vale anche per l’economia?
“Indubbiamente. L’etica è uno di quei valori che, se condiviso, migliora la società da tutti i punti di vista, anche da quello economico. In una società dove le persone si rispettano e condividono un ‘capitale sociale’ rappresentato da valori comuni, non c’è bisogno di dedicare eccessive energie per il controllo e la repressione dei comportamenti illeciti. Purtroppo assistiamo a un marcato decadimento delle nostre società moderne, nelle quali i valori etici si appannano e c’è una sempre più sfrenata corsa all’interesse personale a qualsiasi costo. Una società di questo tipo deve sopportare dei costi molto elevati, per controllare e produrre regole sempre più complesse per arginare il malcostume. Il risultato è che si ingabbiano i comportamenti mentre le risorse sociali dovrebbero essere rivolte al ‘fare’ e al produrre vera solidarietà e ricchezza per tutti”.

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