In un videomessaggio il pressing culturale: storia dell’arte per tutti

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ragazzaDi Rino Farda

Gli insegnanti di storia dell’arte, con garbo ma anche con determinazione, stanno facendo pressione per modificare il testo del ddl di riforma della scuola che è in attesa di essere discusso al Senato. I docenti, che ogni giorno in classe parlano di capitelli e di Picasso, hanno evitato le piazze e le chiassate ma in pochi giorni hanno mobilitato i propri studenti in tutt’Italia per realizzare un videomessaggio di 3 minuti, un vero e proprio mini film collettivo, per dire con le inflessioni dialettali di tutte le regioni italiane che la Storia dell’arte è importante. “Da molto tempo siamo impegnati in una battaglia per la valorizzazione della storia dell’arte nella scuola”, ha spiegato ai giornali la professoressa Irene Baldriga, presidente dell’Anisa (Associazione nazionale insegnanti di storia dell’arte).

Tutelare la cultura. “Vorrei precisare – ha detto – che la nostra azione non ha alcuna sfumatura di tipo politico e o sindacale. Ci interessa tutelare il senso profondo della cultura nella scuola italiana. Nonostante i molti impegni e le promesse assunte dal Governo attuale per una effettiva valorizzazione della storia dell’arte nella scuola, il DDL in discussione non prevede alcun reintegro delle ore depennate dalla Riforma Gelmini”. A seguito dell’approvazione di alcuni emendamenti da parte della Commissione Cultura, nel testo originale del DDL (articolo 2, comma 3) è stata modificata la generica dicitura “arte” in “storia dell’arte”, in un tentativo di “prestare attenzione ai temi della tutela del patrimonio artistico”, spiegano i docenti. Nel testo, però, non vi è alcun accenno alla possibilità di un ritocco dei quadri orari che consenta un effettivo potenziamento dell’attuale presenza della storia dell’arte negli indirizzi della scuola secondaria superiore.

La richiesta è impegnativa.
I docenti aderenti all’Anisa chiedono che l’insegnamento sia garantito in tutti gli indirizzi di studio, in tutti e cinque gli anni di studio e che siano anche aumentate le ore settimanali a disposizione degli studenti. Nella situazione attuale la storia dell’arte si insegna in sole due ore a settimana e solo nel triennio del liceo classico, del linguistico e delle scienze umane; nello scientifico è affiancata al disegno tecnico, è stata fortemente ridotta nei tecnici ed è scomparsa dai professionali.

La lettera a Mattarella. Gli insegnanti di storia dell’arte hanno scritto anche al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. “Come chiaramente esplicita l’art. 9 della nostra Carta Costituzionale – si legge nella lettera – , il Patrimonio Artistico è un bene che la Nazione si impegna a tutelare e a trasmettere alle future generazioni. Vorremmo sottolineare che non vi è tutela possibile, non vi è valorizzazione consapevole e sostenibile, laddove non sussistano le condizioni di sufficiente comprensione e conoscenza della storia e della cultura di una Nazione. Ed è la Scuola, Signor Presidente, che deve assumere con forza il compito di costruire tale comprensione e tale conoscenza, facendo sì che esse diventino bagaglio della coscienza di ciascun cittadino”, si legge nel testo della lettera che è stato diffuso ai media. Al di là della originalità della forma della protesta degli studenti di storia dell’arte (il loro film collettivo sta diventando un piccolo caso su Facebook, su Youtube e sul web con migliaia di visualizzazioni), resta da dire che un paese come l’Italia, un museo a cielo aperto con la più grande concentrazione del patrimonio artistico e architettonico del mondo, forse meriterebbe veramente una scuola più attenta e consapevole.

Le parole di Roberto Longhi e Peppino Impastato.
Sul portone del liceo classico Vittorio Emanuele II di Palermo c’è una scritta di Peppino Impastato: “Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà”. “Ogni italiano dovrebbe imparar da bambino la storia dell’arte come una lingua viva, se vuole aver coscienza intera della propria nazione”, diceva Roberto Longhi, storico dell’arte.

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