Il diario italiano dei “compiti a casa” è sempre fitto

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MarcoGianni Borsa

La ripresa c’è, ma… L’Italia ce la può fare, se… L’analisi è rigorosa, i segnali di speranza e gli incoraggiamenti non sono lesinati, il rispetto delle reciproche competenze è ben demarcato. Marco Buti, preso l’aereo da Bruxelles, è arrivato a Roma per sminuzzare le “Raccomandazioni sul programma di riforma 2015 dell’Italia”. Apparentemente un documento tecnico, invece è un’analisi serratissima della realtà del Belpaese, che la Commissione Ue ha steso nell’ambito del “semestre europeo”, ovvero il ciclo di coordinamento delle politiche di bilancio, economiche e occupazionali dell’Unione europea. Ebbene l’italiano Buti, toscano, laurea con lode a Firenze, studi a Oxford, è a capo della direzione generale Affari economici e monetari della Commissione: il posto più in alto nella struttura comunitaria, cui è arrivato nel dicembre 2008, ovvero all’esplodere della crisi, che ha seguito passo dopo passo.

Ripresa con “caratteri effimeri”. In una riunione nell’ufficio Ue a Roma, in via IV novembre, alla presenza di alcune decine di esperti, docenti universitari, sindacalisti e qualche giornalista, delinea il contesto economico europeo, fa la radiografia della situazione italiana, per poi tornare sulle Raccomandazioni della Commissione che diventeranno operative a fine giugno quando arriverà il benestare del Consiglio europeo. “Forse per la prima volta dall’inizio della crisi – attacca Buti – ci sono chiari segnali di miglioramento della congiuntura”. La fine del tunnel sembra vicina, ma, specifica Buti, la ripresa “mostra caratteri effimeri”. Per questo le Raccomandazioni pongono l’accento su alcune riforme essenziali per dare stabilità alla ripresa. Si sa che gli elementi favorevoli sono il basso prezzo del petrolio, il tasso di cambio dell’euro, le migliorate condizioni di politica fiscale e di bilancio di Eurolandia e la riduzione della frammentazione finanziaria (leggasi spread). Tutto questo si traduce in una crescita europea complessiva attorno all’1,5% quest’anno e, forse, al 2% nel 2016: non molto, soprattutto rispetto ai grandi competitori mondiali, ma pur sempre dati con segno positivo, dopo anni di spaventosa recessione. Tanto che l’oratore – appoggiandosi a una selva di slides con numeri, percentuali e grafici – parla di “segnali di ottimismo” e, ancora di “embrioni” e “germogli” di ripresa.

L’eredità della recessione. Il capo economista della Commissione, che ha avuto la fiducia di Barroso e ora prosegue il lavoro con Juncker, da una parte segnala come vari Paesi procedono bene (i soliti Germania, Regno Unito, nordici), non nasconde che Stati a lungo “sotto stress” ora “si stanno rialzando” (Irlanda, Spagna, Portogallo); mentre la Grecia – è il caso di queste ore – deve al più presto trovare un accordo coi creditori e imboccare la via delle riforme, per evitare il peggio, ossia il default, “con ripercussioni potenziali” per tutta l’Europa. Su un aspetto Buti è chiaro: “Gli effetti della crisi ce li tireremo dietro a lungo, per anni. Si tratta di un’eredità fatta di bassa crescita, di debiti statali accumulatisi, dello spaventoso aumento del tasso di disoccupazione con un correlato aumento della diseguaglianza sociale”. Sì, l’economia non può trascurare che sul campo sono rimaste, oltre che le banche e le aziende, milioni di famiglie senza la certezza di un reddito adeguato, con poche chances occupazionali per i giovani soprattutto nei Paesi mediterranei.

Il compito a casa. E l’Italia? Qui Buti propone una ricetta che va nella triplice direzione indicata per tutta l’Ue, ma con specifiche accentuazioni tricolori. Servono “investimenti, riforme ambiziose” e “responsabilità fiscale”, che, tradotto in lingua corrente, vuol dire deficit sotto controllo e riduzione progressiva del debito. Vengono al pettine, afferma Marco Buti, “problemi che si erano accumulati già negli anni pre-crisi, debolezze strutturali, carenze ataviche”. Li elenca: modesta capacità competitiva, acrobatiche finanze pubbliche, costo del lavoro eccessivo per via del carico fiscale, “pubblica amministrazione caratterizzata da significative inefficienze”, inadeguatezza infrastrutturale, tasso di occupazione modesto (specie per giovani e donne), ritardi nella formazione. Buti riconosce che gli ultimi governi (cita, oltre a Renzi, anche Monti e Letta) hanno assunto misure capaci di far registrare un cambio di marcia: fra queste il Jobs Act. E qui si innestano appunto le sei Raccomandazioni riguardanti la finanza pubblica e la fiscalità, il rafforzamento delle infrastrutture per i trasporti valorizzando i fondi comunitari, una pubblica amministrazione moderna, misure vincolanti per risolvere le debolezze del settore bancario, la riforma del mercato del lavoro e l’attuazione della riforma della scuola, il miglioramento della capacità concorrenziale dell’ambiente economico e imprenditoriale. L’agenda è tracciata. Buti si ferma per un intenso scambio di opinioni e poi con un taxi riparte per Bruxelles. All’Italia resta il “compito a casa”.

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