Radicalità e fecondità È la vita dei religiosi

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fratiDi Marco Doldi

Talvolta, si sente dire che la diminuzione della presenza dei sacerdoti e dei religiosi sia un dato dei tempi, come se fosse suonata l’ora dell’impegno dei laici. E così, se diminuiscono le religiose al servizio dei malati, sarebbe questo un segno dell’importanza del volontariato. Davvero le cose stanno così? Non è forse un’ottica meramente funzionale quella che considera sostituibili i religiosi da parte dei laici nei campi in cui da sempre sono stati presenti, come quello della carità, ma anche dell’educazione dei giovani? Senza dimenticare che i fedeli laici andrebbero valorizzati in nome della loro appartenenza ecclesiale, al di là, quindi, del numero dei religiosi.

Insomma, la vita religiosa ha un valore che non tramonta e la comunità ecclesiale deve sentirsi responsabile della presenza e dell’apporto di questi uomini e di queste donne consacrati a Dio. A questa responsabilità il Santo Padre ha richiamato i vescovi italiani, quando si è chiesto perché si lasciano invecchiare così tanto istituti religiosi, monasteri, congregazioni al punto che pochi rappresentanti non siano più in grado di esprimere il carisma originario. Qui il Papa ha parlato di una “sensibilità ecclesiale”, cioè della preoccupazione della Chiesa affinché non venga meno la preziosità di un messaggio.
Nel loro insieme, i religiosi offrono una testimonianza comune e una forma specifica propria dei fondatori. Come a dire: i religiosi non sono uguali a qualunque battezzato e neanche sono uguali tra loro. Il Concilio ha insegnato che la norma fondamentale della vita religiosa è “seguire Cristo come viene insegnato dal Vangelo” (Perfectae caritatis, 2), secondo un’adesione personale a Lui. Così orientati, i religiosi diventano “memoria vivente del modo di esistere e di agire di Gesù, come Verbo incarnato di fronte al Padre e di fronte ai fratelli” (Vita consecrata, 22). Il religioso è un conquistato da Cristo, al punto da assumerne i suoi sentimenti e la sua forma di vita. Questo significa che egli ha in sé una tensione continua per raggiungere sempre meglio e di più Cristo, maestro e modello di ogni perfezione. I consacrati diventano un richiamo a tutti della necessaria radicalità evangelica; la loro vita evangelica è un potente antidoto contro la mediocrità, la superficialità, il consumismo, il secolarismo. Cioè, nei confronti di quegli atteggiamenti che anestetizzano la vita cristiana.
Rinunciano a un solo amore umano, per diventare fecondi nella comunità credente. Da sempre il popolo cristiano ha riservato loro il titolo di “padre” o di “madre” perché li ha riconosciuti particolarmente fecondi. La loro consacrazione religiosa è vissuta secondo la dimensione sponsale, che dona tanti figli. A qualunque età sono fecondi. Ma anche vengono chiamati “fratello” e “sorella” perché si fanno compagni di viaggio della vita, condividendo gioie e dolori, fatiche e speranze. Sono volto concreto della maternità e fraternità della Chiesa.
Questa dimensione propria della vita consacrata i religiosi la vivono secondo la ricchezza dei fondatori, quasi riflesso della fantasia dello Spirito Santo. Così, alcuni si dedicano all’annuncio missionario del Vangelo, altri all’assistenza agli infermi, altri alla cura dei deboli, altri all’educazione, altri alla contemplazione, altri alla liturgia. E dove si trovano, portano sempre una tonalità propria che arricchisce la pastorale ordinaria della Chiesa. E, a guardare le cose ancora più da vicino, si rimane colpiti di quanta varietà possa esserci nello svolgere lo stesso ministero. Così tra gli Ordini e le Congregazioni che si dedicano all’educazione, ognuno beneficia del carisma e della accentuazione pedagogica data dai fondatori, al punto che c’è da imparare proprio da tutti.

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