Il lavoro può cambiare ma sì che è possibile…

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LavoroDi Nicola Salvagnin
In questo mondo in cui sono incredibili “l’ampiezza e la velocità di riproduzione delle disuguaglianze – come ha detto Papa Francesco in occasione del 70° anniversario della fondazione delle Acli – dobbiamo proporre alternative eque e solidali che siano realmente praticabili”, perché molte cose non vanno, e le vecchie ricette non funzionano più.
È appunto un mondo in cui troppi non lavorano (soprattutto i giovani, “capro espiatorio verso il dio denaro”) e troppi lavorano in condizioni disumane o comunque sfruttati da altri esseri umani: mezzi per arrivare ai soldi, a più soldi ancora. Se l’egalitarismo comunista è fallito proprio sul fronte economico, anche gli “animal spirits” capitalisti, nutriti con slogan quali “l’avidità è cosa buona”, hanno portato appunto a disuguaglianze intollerabili.
Chi predicava che la corsa alla ricchezza individuale avrebbe “ingrassato” pure il resto dell’umanità, ora si deve ricredere: immensi patrimoni in mano a pochi; peggioramento generalizzato delle condizioni lavorative; la classe media nata nel Novecento che pian piano scivola verso la povertà. L’ascensore sociale s’è rotto, i ricchi lo sono sempre di più; il resto declina in una decrescita felice solo per chi non la subisce.
Gli anziani faticano a pagarsi le medicine (non solo: pure a campare) con pensioni “miserabili”. Si è arrivati al punto – e lo ha ricordato il Papa con veemenza – che fare un figlio diventa causa di povertà: non è una gioia, non è il futuro, ma un costo a volte non sostenibile.
Possibile che non ci sia una via di mezzo tra il tutti uguali-tutti poveri, e la condizione di “homo hominis lupus”? Certo che c’è, ma bisogna ribaltare un tavolo che ha sempre meno senso, mentre c’è il rischio che lo si lasci lì continuando in una strada “che considera il welfare un costo, e non un’infrastruttura dello sviluppo”: parole di Francesco. Insomma ognun per sé e il dio denaro per pochi, dimenticando che iniquità e divisioni portano a rivoluzioni e violenze. Ma la Storia non insegna?
E allora torniamo al buonsenso, torniamo ad un lavoro che non schiacci l’uomo o lo respinga dal consorzio umano, ma che sia libero, creativo, partecipativo e solidale. Sostenere che è utopia, è voler negare la possibilità di cambiare le cose come stanno: fa comodo ad alcuni, potenti e influenti. A chi lavora con il denaro per il denaro, e non a caso si parla della finanziarizzazione dell’economia, dove poche centinaia di “grandi investitori” determinano la fortuna o la morte di aziende, di occupazioni, di comunità, addirittura di Stati.
Cambiamo le regole; cambiamo le logiche; cambiamo i cuori. Ogni uomo deve essere messo in condizione di esprimere le proprie capacità, la propria creatività, dentro il consorzio degli uomini e non al di fuori o contro di esso. Deve rimboccarsi le maniche, non piegare le ginocchia; deve essere sostenuto nei momenti di difficoltà e non – per una malattia, una disabilità, le circostanze economiche, addirittura l’età – essere trasformato in “scarto”.
Ecco: la politica con la P maiuscola deve sentirsi interpellata. Lo tsunami della globalizzazione impone un pensiero nuovo e una lungimiranza che sembra mancare a troppe classi dirigenti in varie parti del mondo, così miopi nel focalizzare solo il proprio orticello, il proprio “particulare”, il piccolo coacervo di egoismi che ci si pregia di rappresentare. Si metta in campo tutto ciò che serve ad aumentare il lavoro; a difenderlo dal degrado delle condizioni e delle retribuzioni; a sostenerlo nel momento in cui manchi; a stimolare la libertà e la creatività che ne fanno uno strumento di realizzazione dell’uomo, non la sua dannazione.
E – veramente – basta con quel refrain dell’impossibile, le cose stanno così! Se ci pensiamo bene, l’Italia ha passato (sta passando) momenti molto difficili ma ne sta uscendo con una società ancora coesa, con una povertà più diffusa ma – con difficoltà – contenuta e combattuta. In altri Paesi sono stati fatti “sacrifici” ai limiti della macelleria sociale, che ovviamente non ha interessato più di tanto le classi agiate.
Forse noi italiani potremo spiegare al resto del mondo quali siano i nostri valori fondanti – la solidarietà, lo spirito di comunità, la famiglia: il considerare insomma le persone più importanti delle cose – piuttosto che seguire esempi figli di altre culture che hanno molto più da imparare che da insegnare.

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