Vescovo Carlo Bresciani “Un Movimento non rappresenta mai l’unico modo di essere Chiesa…”

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Veglia di Pentecoste (48)Vedi anche FOTO Veglia di Pentecoste, vescovo Carlo: “Il presbitero, a modello di Cristo Capo e pastore, non può che essere il ministro della

DIOCESI – Pubblichiamo l’omelia integrale del nostro Vescovo Carlo Bresciani pronunciata in occasione della Veglia di Pentecoste Diocesana.

Vescovo Carlo: “Idealmente con questa veglia di Pentecoste si conclude l’anno pastorale durante il quale abbiamo meditato la prima lettera di san Paolo ai Corinti. Le stesse letture che hanno accompagnato questa veglia sono tratte da questa lettera. Abbiamo, così, voluto riflettere, anche alla luce delle Evangelii Gaudium di papa Francesco, cosa ci richieda oggi lo Spirito santo mandandoci in missione nelle moderne Corinto.

Quali sono le moderne Corinto? Sono le nostre città, i nostri paesi, le nostre scuole, le nostre famiglie. Forse ci siamo accorti che la prima moderna Corinto che è chiamata a conversione è dentro di noi, dentro quel guazzabuglio che è il nostro animo che resiste agli impulsi dello Spirito e delle novità che Egli chiede alla Chiesa. Ma noi non perdiamo la fiducia: siamo convinti che lo Spirito continua a parlare a noi e alla Chiesa di Dio e continua a spingerla ad annunciare con coraggio e con gioia il Vangelo, la ‘lieta notizia’ che non ha perso nulla della sua novità capace di liberare l’uomo e la società.

Anche la nostra Chiesa di san Benedetto-Ripatransone-Montalto è ricca di tanti doni, i carismi, che lo Spirito ha riversato e continua a riversare su di essa.
Le varie Associazioni e Movimenti, alcuni dei quali hanno animato questa Veglia e che sono qui presenti, ne sono una testimonianza. Ne sono una ricca testimonianza anche il clero che concelebra e i religiosi che stanno celebrando l’anno a loro dedicato per volontà del santo Padre. Ogni giorno possiamo constatare quanto lo Spirito guidi la nostra Chiesa facendo sorgere anche tra i cosiddetti ‘laici’, sposati o no, testimoni autentici di una fede diamantina. Celebrare la Pentecoste è innanzitutto rendere lode a Dio, facendo memoria del dono del suo Spirito che con la sua multiforme ricchezza continua a rendere feconda la nostra Chiesa diocesana. Mentre rendo lode allo Spirito, sono profondamente grato a ciascuno di voi per l’amore che portate alla nostra Chiesa.

San Paolo nella sua lettera ai Corinti riconosce la varietà dei doni dello Spirito in quella comunità greca, ma indica con chiarezza la meta cui tutti i doni devono tendere: l’unità del corpo di Cristo che è la Chiesa. Nella lettera agli Efesini (4, 6) san Paolo ritorna sullo stesso tema, segno che si tratta di un aspetto che ritiene fondamentale. Afferma infatti: “un solo corpo e un solo spirito … un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio, Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti”. E conclude che Dio ha effuso i diversi doni: “allo scopo di edificare il corpo di Cristo”. Con questo termine, ben lo sappiamo, san Paolo indica la Chiesa.

Noi, questa sera, stiamo vivendo un visibile momento di questa profonda unità nell’edificazione del corpo di Cristo: credo che sia il modo migliore di rendere lode allo Spirito e a Colui che ce lo ha inviato.

Siamo Chiesa in progressivo cammino verso questa unità e ne facciamo gioiosa esperienza. Ma siamo ancora in cammino: riconosciamo, quindi, un cammino che ci resta ancora da fare. Lo abbracciamo con fiducia, sia pure nella fatica che talora avvertiamo. Tale unità non è, infatti, realtà scontata, né che si genera spontaneamente, ma frutto di operosa adesione all’opera dello Spirito in noi, frutto di continua purificazione di intenzioni e di azioni da parte nostra. Siamo, infatti, sempre tentati di cercare l’unità sulla parte che noi rappresentiamo, anziché lasciarci incorporare nel tutto. Quando la parte pretende di essere il tutto, perché tutti devono farsi uguali alla parte, allora siamo di fronte a pretese che alterano il vero senso dell’unità della fede nella Chiesa e misconoscono i doni dello Spirito.

L’esaltazione dello Spirito non sta nell’assolutizzazione del proprio carisma, per quanto riconosciuto dalla Chiesa: ciò porta inevitabilmente a forme di chiusura e a difficoltà a dialogare con altri carismi che lo stesso Spirito effonde per il bene della Chiesa. Un modo imprescindibile di accogliere lo Spirito è quello di accogliere i doni che Egli ha effuso su Movimenti o Associazioni diverse dalla propria. Riconoscere il carisma dell’altro, infatti, è rendere lode allo Spirito che lo ha donato.

Un Movimento, in quanto riconosciuto dalla Chiesa, è ovviamente dono dello Spirito di cui dobbiamo rendere grazie a Dio, ma esso non rappresenta mai l’unico modo di essere Chiesa, bensì un modo di essere presenti nell’unica Chiesa.
Come ben sappiamo, è solo l’appartenenza alla Chiesa, in quanto tale, la via sicura di salvezza, non l’appartenenza a un Movimento. Questi non può, quindi, agire come se la parrocchia o la diocesi debbano identificarsi completamente ad esso. Il corpo non potrà mai prendere la forma della parte, se non andando incontro a una patologica deformazione. Compito di colui che presiede la comunità ecclesiale è esattamente quello di dare il dovuto riconoscimento ai doni dello Spirito, operando però verso l’unità dell’unica comunità, evitando così deformazioni, che sarebbero a danno di tutti.
Il presbitero, quindi, a modello di Cristo Capo e pastore, non può che essere il ministro della sintesi dei doni, non delle particolarità.

Occorre, quindi, che tutti nella Chiesa ci teniamo allenati a ragionare non per autarchie, ma per comunione di intenti. Le autarchie sono destinate prima o poi, come la storia ci insegna, a risolversi in orticelli infruttuosi, che rivelano carenza proprio nel senso di Chiesa. Come riconoscere e assecondare l’azione dello Spirito santo che genera comunione tra noi e con Dio e ci spinge sulla strada della condivisione via unica per generare speranza?

Il documento della CEI, Educare alla vita buona del Vangelo ( n. 9) afferma che occorre un superamento della falsa idea di autonomia che induce l’uomo a concepirsi come un ‘io’ completo in se stesso, mentre invece egli diventa ‘io completo’ nella relazione con il ‘tu’ e con il ‘noi’ . Ecco allora la domanda: che significa questo per la nostra pastorale, per i nostri gruppi, per i nostri Movimenti, per le nostre Associazioni e per le nostre parrocchie?

Non stiamo assistendo all’opera dello Spirito santo se l’azione pastorale non genera comunione, ma conflitti, rivalità, gelosie. C’è da chiedersi: tanta infruttuosità della pastorale non è dovuta forse anche a questo? Certe resistenze ai cambiamenti che ci vengono richiesti dal sommo magistero del santo Padre non vengono forse anche da poca fiducia nello Spirito che guida la Chiesa?

Carissimi, sappiamo che in questa direzione abbiamo ancora strada da compiere: non ce ne meravigliamo e non ci scoraggiamo, proprio perché abbiamo fiducia nello Spirito e nella sua opera.

Se l’orgoglio dell’uomo porta a costruire torri di Babele, pensando così di giungere alla salvezza, ma il risultato -lo abbiamo sentito nella prima lettura- è la confusione delle lingue e la dispersione, lo Spirito di Dio non cessa di operare per l’unità e noi vogliamo lasciarci guidare da Lui per una sicura edificazione del Corpo di Cristo.

Per questo insieme con Maria – anche lei presente nel cenacolo con gli apostoli in attesa dello Spirito, benché tra essi la più ricca dei suoi doni- invochiamo con fede questa sera: Vieni Spirito creatore!”

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