Parrocchia Sant’Antonio, Padre Gabriele Lupi ci racconta in anteprima i dipinti di Rupnik

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Di Floriana Palestini

SAN BENEDETTO DEL TRONTO – La nostra diocesi in materia di arte non ha mai avuto nulla da invidiare alle altre: le numerose chiese antiche, sparse in tutto il territorio, evidenziano quanto i nostri avi avessero a cuore la propria terra e per questo la coprissero di edifici e opere d’arte stimate in tutta la penisola italiana. Da oggi un’altra opera si aggiunge a quest’immenso patrimonio: si tratta dei dipinti appena realizzati nella chiesa di Sant’Antonio da Padova su progetto di padre Marko Ivan Rupnik, un artista, teologo e presbitero sloveno, appartenente ai Gesuiti.

La cerimonia di presentazione e benedizione degli dipinti è fissata per il 2 giugno, ma abbiamo incontrato in anteprima il parroco, padre Gabriele; questi, entusiasta per il risultato, ci ha accompagnato in un viaggio di scoperta dell’opera.

«Sulla calotta al centro, la copertura dell’abside, è rappresentato Gesù Pantocratore circondato dalla gloria dei santi. Gesù è seduto al centro di una mandorla (simbolo di preziosità), su di un arcobaleno. Questo particolare è ripreso dal libro dell’Apocalisse, mentre nella Genesi l’arcobaleno compare dopo il diluvio, segno dell’alleanza tra Dio e l’umanità. Interessanti sono le piccole casette che si vedono sullo sfondo: sono delle dimore, riferimento alla frase di Gesù “Io vado a prepararvi una dimora”. Tra i personaggi si scorgono delle foglie, appartenenti all’Albero della Vita, il quale si fa portatore di diversi significati: Gesù si presenta con un libro sul quale è scritto “Io sono la vita”, Egli è la vera vite e i tralci che sono attaccati a lui portano molto frutto; la santità produce frutti infiniti. In primo piano, sulla destra, ci sono Giovanni Battista, San Francesco, Sant’Antonio, San Massimiliano Kolbe e San Raffaele. A sinistra invece troviamo la Madonna, Santa Chiara, l’arcangelo Gabriele e i due santi protettori dell’ordine francescano secolare, San Luigi IX di Francia e Santa Elisabetta di Ungheria. In secondo piano ci sono vari altri santi tra cui San Benedetto, con in mano la palma del martirio, San Gabriele dell’Addolorata, Padre Pio, San Giovanni Paolo II; tra gli altri si scorgono anche due martiri uccisi nel 1991, due frati del nostro ordine, padre Michele e padre Zibi, uccisi in Perù dal movimento terrorista Sendero Luminoso; saranno proclamati beati nel prossimo settembre. Sopra, in alto, c’è la mano di Dio, dalla quale diparte il frutto della Redenzione, Gesù e i santi tutti; l’oro indica il dono della grazia di Dio.

Le due absidi laterali sono ispirate a San Francesco, poiché il suo primo biografo, Tommaso da Celano, scriveva che il poverello d’Assisi amava meditare più di ogni altra cosa l’umiltà dell’incarnazione e la carità della passione. A destra perciò troviamo la passione e la morte di Gesù sulla croce, la discesa agli Inferi e la risurrezione, nel momento in cui Gesù incontra la Maddalena. Agli Inferi è raffigurata la bocca dello Sheol, il mostro: Gesù apre la sua bocca con la croce e salva Adamo ed Eva. Ritorna, in questo dipinto, il colore verde, segno della prima alleanza dell’umanità, che richiama il giardino dell’Eden, quando Dio ha creato l’uomo e la donna. È molto interessante questo verde che confluisce nelle figure di Adamo ed Eva: è come se Gesù li creasse di nuovo. La croce di Gesù inoltre è nera, perché il nero indica il nostro peccato, che scende fino agli Inferi. Gesù sulla croce è vestito da sacerdote (dono di sé agli uomini): i colori rosso e blu indicano la divinità e l’umanità. Gesù è Dio, quindi porta la veste rossa, ed è rivestito di blu, poiché Egli ha preso la natura umana. La Madonna è vestita al contrario: la sua tunica è blu ed è rivestita di rosso, perché è stata “rivestita” dallo Spirito Santo. In basso c’è l’incontro tra la Maddalena e Gesù risorto ed è molto bella l’azione tra i due: la Maddalena tira il mantello di Gesù e Lui con la mano lo vuole tirare a sé, un’azione che è ripresa anche nel vangelo quando Gesù dice “Lasciami non mi trattenere”. Maria Maddalena scopre il proprio volto e Gesù la guarda, la chiama e la riconosce. Gesù sta camminando, perché la sua resurrezione non si ferma, ma continua ed è qui. Sopra al tabernacolo ci sono poi delle parole di Francesco: “Guardate l’umiltà di Dio, nulla di voi trattenete per voi, affinché vi accolga tutti colui che a voi si dà tutto.”

Nell’abside di sinistra, in alto, vediamo l’arcangelo Gabriele davanti ad un arcobaleno, il quale con una mano srotola la Parola a Maria, colei che incarna la Parola, nel suo grembo. L’arcangelo con una mano apre una tenda, sotto la quale sono raffigurati sua cugina Elisabetta, incinta, e Zaccaria. In basso invece troviamo il battesimo di Gesù, raffigurato insieme al Battista: Gesù è mostrato in una posa quasi cadaverica nel fiume Giordano. È lì che comincia il mistero della morte di Gesù, il quale si spoglia della sua divinità: facendosi battezzare santifica le acque del Giordano, dove sono presenti segni di oro e rosso (simbolo di divinità). Associando la posizione di Gesù a quello di un defunto in una bara si vuole indicare il suo abbassamento nella condizione umana, la sua morte.»

Come è nata la collaborazione con Rupnik?
Rupnik è molto conosciuto nel nostro ordine religioso, poiché egli ha realizzato diversi interventi con i frati, ma questa è la sua prima opera a San Benedetto. L’artista è stato chiamato dal nostro provinciale, è venuto e ha accettato di lavorare per noi. è arrivato in questa chiesa una volta a fare un sopralluogo e dare indicazioni agli operai, ma su questi dipinti ha lavorato direttamente suor Elisa Galardi, autrice anche degli affreschi della chiesa di San Pio a San Giovanni Rotondo.

Da dove viene l’idea di modificare l’aspetto di una chiesa così importante?
Non è una modifica così importante come può esserlo una modifica strutturale, si tratta di una modifica semplicemente iconografica. Già diversi anni fa, quando fu portata avanti la ristrutturazione di questa chiesa, c’era l’idea di realizzare qualche opera per rendere più bello quest’edificio, nel senso non solo artistico, ma anche iconografico. È importante sottolineare il fatto che queste figure non descrivono una bellezza estetica; la bellezza estetica dopo un po’ stanca, questa invece è una bellezza che anziché stancare, attrae. Ci siamo indirizzati su questa strada perché ci è sembrato opportuno anche dare alla chiesa una connotazione un po’ francescana, raffigurando i due misteri che Francesco meditava più di ogni altro.

Quale messaggio vuole diffondere con questi dipinti?
Credo che la chiesa con questi dipinti aiuti un po’ di più la preghiera. In fondo, quando si sta qui e si partecipa alla messa, ciò che si celebra sull’altare è quello che è scritto e dipinto su queste pareti. Si rimane in chiesa un po’ più volentieri, adesso.

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