Una minoranza turca in Germania: verità sul genocidio armeno

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GenocidioDi Angelo Paoluzi
Sembra ormai che da parte dei più importanti esponenti politici di Ankara sia obbligatoria una tappa elettorale in Germania ogni volta in cui si vota in Turchia, dove il 7 giugno prossimo sarà rinnovato il Parlamento. In terra tedesca sono così sbarcati in maggio lo stesso presidente Recep Tayyip Erdogan e il premier Ahmet Davutoglu per una serie di comizi intesi a sollecitare la partecipazione alle urne dei compatrioti che vivono nella Bundesrepublik. Nelle ultime presidenziali, vinte da Erdogan nell’agosto 2014 con il 52 per cento dei consensi, i turchi all’estero sono andati al voto con un misero 8 per cento, rispetto al 77 della media nazionale, cioè 140mila su un potenziale di oltre un milione e mezzo, nonostante non si fosse badato a spese: soltanto a Berlino l’Olympiastadion come seggio elettorale sarebbe costato sui 200mila euro.
Erdogan ha parlato a Karlsruhe a 14mila persone, con altre quattromila che protestavano fuori dal luogo dell’incontro; Davutoglu ha tenuto un comizio a Dortmund con alcune migliaia di intervenuti. Le autorità tedesche hanno reagito freddamente ai contenuti diffusi dagli ospiti, specialmente quando si è polemizzato con il capo dello Stato Joachim Gauck, con il Bundestag, con la cancelliera Angela Merkel (insieme con Papa Francesco e il Parlamento europeo) perché avevano osato qualificare come “genocidio” lo sterminio nel 1915 degli armeni, in occasione del centenario di quegli avvenimenti, ricordati in aprile in tutta Europa.
Davutoglu ha persino chiesto, con un intervento poco apprezzato dalle autorità tedesche, la cancellazione del termine dai testi di storia che circolano nelle scuole in Germania. I turchi, per la verità, ci provano invano, anche con passi diplomatici, dal 2009, quando l’espressione “genocidio” fu usata per la prima volta dalle strutture scolastiche del Land di Brandeburgo, presto seguito da altre regioni.
Il ricordo del dramma degli armeni sta causando spaccature nella comunità turca. Una parte si attiene alla versione ufficiale secondo cui si sia trattato di episodi, per quanto dolorosi, causati dalla prima guerra mondiale, e protesta quando sente parlare di genocidio, come hanno fatto le Tuerkische Gemeinde (associazioni turche) nei confronti del Bundestag che ha usato quel concetto. Il presidente della comunità turca di Berlino, Bakir Yilmaz, assicura che la parola è rifiutata dall’80 per cento dei suoi associati, fra i quali peraltro si trovano anche estremisti come i famosi “lupi grigi” dalla pistola facile.
Un’altra parte – minoritaria, va detto – dei turco-tedeschi chiede che si faccia luce piena sugli avvenimenti di un secolo fa: le comunità curde e alevitiche, gli attivisti contro il razzismo, altre associazioni democratiche, giornali e siti. Sui media ci si chiede, specialmente fra i giovani, perché in Germania si parli liberamente di sterminio degli ebrei e Shoa, mentre in Turchia si va in galera appena si pronuncia la parola proibita “genocidio”, e perché in patria si preferisca la cultura dell’amnesia, mentre nella Bundesrepublik si pratica la cultura del ricordo. Si rammentano le condanne al premio Nobel per la letteratura Orhan Pamuk per aver osato toccare l’argomento, l’esilio dello storico Taner Akçam, scampato a una pena di nove anni, l’assassinio da parte di un esaltato nazionalista del giornalista e scrittore di origini armene Hrant Dink, cui in passato erano stati inflitti alcuni anni di prigione.
Fra gli intellettuali, i politici, gli studiosi si distingue un deputato di origini turche, Cem Oezdemir, vice presidente del partito dei verdi, che con un altro politico, Cenzig Landar, ha sollecitato una commissione per far luce su quelle lontane vicende, affinché si possa stabilire la verità e, con essa, riconciliare i popoli turco e armeno. Bisognerà attribuire, ammoniscono, precise responsabilità agli autori del genocidio, fra i cui complici sono da ricercare militari ed esponenti politici tedeschi e austriaci, che nulla fecero per impedire all’alleato turco di condurre a termine la mattanza, con un commento di un alto ufficiale tedesco: “Duro, ma necessario”. Per l’allora cancelliere Theobald von Bethmann-Hollweg l’interesse principale era che l’impero ottomano proseguisse la guerra a fianco della Germania mentre nulla gli importava della sorte degli armeni.
La sola cosa certa è che, ormai, il problema è di dominio pubblico e, prima o poi, Ankara dovrà consentire a parlarne. In questo, potranno avere un ruolo i turchi di Germania, con le acquisite abitudini al libero scambio di opinioni.

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