Don Ulderico Ceroni: “Ascensione del Signore”

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Don UldericoDi Don Ulderico Ceroni

DIOCESI – L’orazione di colletta, riconducibile a papa San Leone Magno, esprime magnificamente il contenuto della solennità dell’Ascensione del Signore: «Esulti di gioia la tua santa Chiesa … per il mistero che celebra … perché nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria». La nostra umanità è innalzata accanto a Dio. Il corpo glorificato dell’uomo Gesù di Nàzareth è ora sta-bilmente presso il Padre, indissolubilmente intrecciato al suo mistero. L’ascensione, dunque, non solo come conclusione della permanenza del Risorto tra i discepoli, non solo come evento che ne segna il ritorno al Padre, ma è da considerarsi come manifesto della divinizzazione della nostra carne, della nostra umanità. Cristo porta con sé la sua umanità, definitivamente. L’assenza fisica di Gesù non significa abbandono, ma presenza in modi diversi.

La Chiesa ne vive ora soprattutto la presenza nella “parola” e nel “sacramento”, ossia attraverso la “memoria” di Lui, morto e risorto. E questa fede genera la speranza nel suo ritorno, la speranza di essere per sempre con Lui, dunque la vita vissuta nell’attesa. L’ascensione non rimanda a un al di là astratto o mitico, ma al mistero nel tempo, mistero di presenza e memoria, di fede e di speranza, concretizzate attraverso la carità.
Gesù che ascende al cielo inaugura la storia della Chiesa cristiana. Egli si sottrae allo sguardo fisico dei suoi discepoli e ci rinvia alla sua presenza sacramentale: la sua presenza non viene meno, ma cambia dimensione, essa è ora a noi accessibile solamente attraverso la molteplicità dei segni che rinviano a lui. Ogni cristiano è chiamato a saperlo cogliere presente in questi segni e in primo luogo nel segno del prossimo che c’interpella.

Qui dunque ha fondamento anche la missione propria della Chiesa e di ogni credente in Gesù: missione di annuncio del vangelo e di testimonianza nell’amore.
Il tempo pasquale è un tempo diverso dagli altri, è come un giorno celeste, un giorno di eternità inserito nella trama del tempo. Durante questo giorno la Chiesa fa l’esperienza, per quanto è possibile, della vita eterna, della vita glorificata, poiché l’uomo Gesù di Nàzareth è risorto ed è stato assunto in cielo accanto al Padre che lo ha posto alla sua destra, dandogli ogni potere. L’umanità ha in lui una profezia, una promes-sa e la caparra di quanto è anche a essa ormai preparato.
L’ascensione del Signore è un tutt’uno con il mistero della sua risurrezione, in particolare sottolinea che egli è nella dimensione eterna di Risorto e pertanto può essere presente a tutti i tempi e luoghi, per sempre: Egli è ormai «il Presente che è Presente» che è poi il Nome di Dio (cfr. Es 3,14). Come è asceso tornerà; nel tempo che va fino al suo ritorno, lo possiamo incontrare, poiché è con noi tutti i giorni sino alla consumazione del tempo e dello spazio.
Se l’evento dell’ascensione segna, per certi aspetti, il compimento della sua Pasqua, inaugura, come abbiamo già detto, anche il momento iniziale della Chiesa, invitata a percorrere le strade del mondo per annunciare la buona novella della salvezza. Sì, il Signore Gesù è ormai costituito al di sopra di ogni potestà e virtù, ma è anche allo stesso tempo pellegrino con la sua Chiesa lungo i sentieri della storia, come bene evidenzia l’evangelista Marco: «Il Signore agiva insieme a loro e confermava la Parola con i segni che la
accompagnavano» (Mc 16,20).
«Vivere è progredire a Te», così il poeta MARIO LUZI definisce la vita del credente: un continuo progredire verso la Sorgente. Talora abbiamo la percezione che il lento ma inesorabile scorrere del tempo ci spogli al punto da annullarci, da cancellare la traccia del nostro passaggio in questo mondo. Ma non è così. Il Cristo risorto ci ha preceduti nelle dimore eterne per darci la serena fiducia, come afferma il prefazio della solennità, che dove è lui saremo anche noi. La nostra vita, tra gioie e sofferenze, corre perciò verso la sua pienezza e compimento. Certo, avvertiamo tutta la precarietà e la fragilità del nostro essere e operare, talora anche la vanità di quanto ci circonda, eppure la fede ci spinge verso un “oltre”, di deserto in deserto, oltre le foreste delle fedi, verso il nudo Essere.
E mentre camminiamo all’ombra del mistero, la nostra umanità va rinnovandosi mediante l’azione del-lo Spirito, la libera adesione alla sua grazia e il docile ascolto della sua parola. «E là dove anche la parola muore, abbia fine il nostro cammino» (TUROLDO), nell’abbraccio dell’amore e nel talamo nuziale dove il Cristo-Sposo consumerà con la sua Chiesa-Sposa le nozze eterne.

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