Con l’attesa per il Papa a Sarajevo crescono le misure di sicurezza

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SudarMaria Chiara Biagioni

Sarajevo si sta attrezzando per accogliere in sicurezza papa Francesco il 6 giugno. Oltre cinquantamila fedeli, provenienti da tutta la Bosnia ed Erzegovina e da altri Paesi della regione, si sono fino a oggi registrati per partecipare alla Messa che papa Francesco celebrerà a Sarajevo il 6 giugno. Lo ha detto, nel corso di una conferenza stampa, l’arcivescovo di Sarajevo, cardinal Vinko Puljic. Monsignor Pero Sudar, vescovo ausiliare di Sarajevo, è in questi giorni in Svizzera per partecipare ad un incontro europeo su Islam e radicalizzazione. Il recente attentato contro il commissariato di polizia di Zvornik, nell’est della Bosnia, e gli scontri lo scorso fine settimana a Kumanovo, in Macedonia, hanno accresciuto l’attenzione sulla sicurezza in vista della visita del Papa.

Eccellenza, è così forte il rischio attentato durante la visita del Papa?
“Nel 1997, il giorno prima dell’arrivo di Giovanni Paolo II a Sarajevo fu trovato dell’esplosivo sotto il ponte su cui sarebbe passato il corteo delle macchine. Per fortuna il ponte fu sminato. Quindi un certo rischio e una certa preoccupazione ci sono e certamente le circostanze di oggi, specialmente nelle nostre zone dove i diversi mondi s’incontrano e in un Paese, come il nostro, dove la guerra è finita ma non è finita… le tensioni tra questi mondi non sono cessate. È da sperare che nessuno possa vedere il Papa come obiettivo, perché minacciarlo non risolve niente. Anzi, si complicano solo le cose”.

Concretamente che cosa si sta facendo?

“Ogni visita del Papa viene preparata in modo molto accurato e tutti gli apparati di sicurezza della Bosnia ed Erzegovina stanno partecipando attivamente alla preparazione. Sono presenti nel comitato organizzativo”.

Ma il Papa viaggerà in papamobile?
“Spero di sì, però non lo sappiamo. Si sta lavorando per assicurare tutti i presupposti perché la visita vada bene. È da ammirare l’audacia e il coraggio di questo Papa ed è da ammirare la sua disponibilità nonostante tutto. Certo, parlando con la lingua e la logica di questo mondo non sarebbe raccomandabile in questo momento andare in una realtà come la nostra. E questo alza ancora di più l’ammirazione per il Papa. Spero e prego. Il primo successo di questa visita è che non succeda niente”.

Perché il Papa ha deciso di andare a Sarajevo?

“Dai viaggi finora realizzati, si può trovare una chiave: il Papa dà importanza alle realtà che sono state colpite o si trovano ancora oggi in difficoltà. E Sarajevo e la Bosnia ed Erzegovina sono state colpite duramente venti anni fa dalla guerra e oggi la situazione non è migliorata. Ci è stata imposta una Costituzione che non è una Costituzione e una pace che non è pace. Inoltre, la situazione politica da cui dipende quella economica, è disastrosa. La disoccupazione è salita al 48,6% e nella fascia giovanile raggiunge addirittura il 70%. La gente ha paura del futuro e, per questo, molti e, specialmente, i giovani cercano a ogni costo di andare via. Nel 2014, 68mila cittadini hanno lasciato il Paese di cui 11.600 sono cattolici. Si tratta di un vero esilio”.

Ci saranno fuori programma che ancora non sappiamo?

“Non c’è tempo. Tutto è programmato minuto per minuto. D’altra parte il programma è molto intenso”.

Come viene accolto il Papa di Roma dalle diverse etnie del Paese?
“La nostra è una realtà estremamente complessa ed è impossibile rispondere. La maggioranza degli ortodossi non riconosce la figura del papa. Per i musulmani è il simbolo della cristianità, quindi un paradigma dell’Occidente. Però, stiamo parlando di papa Francesco e penso che corrisponda alla realtà la constatazione che sia visto in un modo molto positivo da molte parti. Questo Papa piace a molti, per non dire a tutti. Perché la popolazione si sente difesa dalle sue posizioni”.

Quale parola Sarajevo si attende dal Papa?
“Molti vorrebbero una Bosnia ed Erzegovina senza differenze, e possibilmente senza differenze religiose perché credono che così sia più semplice costruire la pace. Ma la storia ha dimostrato, anche con il sangue, che cancellare le differenze non è possibile. Ma c’è anche una seconda tentazione che è quella di esasperare le identità. Dire una parola giusta non è facile. Penso che il Papa troverà il modo opportuno ed efficace per incoraggiare l’identità e al tempo stesso aprire questa identità all’altro”.

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