L’effetto YouTube ha terremotato la politica americana

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Print this page

youtubeDi Rino Farda

YouTube è nata dieci anni fa ma i politici americani ne scoprirono gioie e dolori solo un anno più tardi, nel 2006. Il primo a farne le spese fu George Allen, un senatore repubblicano in corsa per la Casa Bianca. Allen venne ripreso da una videocamera amatoriale durante un comizio. Per fare lo spiritoso, aveva improvvisato battute senza senso su un giovane ragazzo indiano che stava seguendo la campagna elettorale.
Il video caricato su YouTube ebbe una vistosa diffusione virale e venne soprannominato il “Video Macaca”, dal nomignolo infelice scelto da Allen per indicare il ragazzo. Il senatore repubblicano perse la possibilità di correre per la Casa Bianca e in pochi mesi fu costretto a lasciare completamente la politica.
“Allen divenne un ammonimento per i candidati”, ha scritto qualche giorno fa Chris Cillizza, il notista politico del “Washington Post”. Era nata infatti una nuova regola per i politici e per gli staff della comunicazione: “Evitare i momenti YouTube”, cioè fare in modo che le gaffe e le frasi infelici non fossero riprese dalle videocamere amatoriali del pubblico. “Vedere un politico fare o dire qualcosa di stupido è infinitamente più potente della semplice lettura su un giornale della cronaca circa la cosa stupida che hanno detto o fatto. Siamo una cultura visiva, ci piace vedere le cose per capire veramente (o per essere veramente offesi o colpiti)”, ha spiegato Cillizza nel suo articolo intitolato “YouTube ha dieci anni. Ecco come ha cambiato la politica per sempre”.
La tesi di Cillizza è più negativa che positiva. Il suo articolo, evidentemente, si inserisce in quella specie di corrente sotterranea che a Washington sta provando a scavare la fossa a Google (proprietario di YouTube). Cillizza se la prende, ovviamente, con la crescita del fenomeno della “disintermediazione”. Il ruolo dei giornalisti, dice, è messo in un angolo. I politici stanno imparando a parlare direttamente con gli elettori e la funzione di controllo democratico svolta dal giornalismo moderno e contemporaneo è stata pesantemente ridimensionata, spiega Cillizza. “Preferisci leggere un comunicato stampa o il reportage di un giornalista competente?”, si domanda Cillizza, che è stato a lungo corrispondente accreditato alla Casa Bianca. Difficile dargli torto.
Nel 2008, solo due anni dopo la gaffe autolesionista di Allen, il giovane professore democratico Barack Obama, consigliato da un super staff del quale facevano parte persone come Steve Jobs (Apple), decise di cavalcare il mare aperto di YouTube. Scovò un tormentone slang molto amato dai ragazzi americani che navigavano sul web e lo trasformò nel suo migliore slogan elettorale. Si trattava del “mash up” del video commerciale di una birra dove gli attori si esibivano in uno sguaiato “Wazzup?” (un modo per domandare “cosa c’è di nuovo”, contrazione di “what’s up”). Realizzato con gli stessi interpreti dello spot originale, nel 2008 divenne il vero cavallo di Troia che consentì ad Obama di penetrare nel territorio inesplorato dei giovani americani (e fu il loro voto infatti a permettergli di vincere). La campagna elettorale di Obama sul web ha fatto scuola ed è stata studiata in profondità. Fa riflettere ancora oggi il fatto che la migliore performance di quella propaganda fosse ispirata allo spot di una birra piuttosto che ai grandi maestri della filosofia politica.
I politici adesso, a causa del “soft power” dei video degli utenti caricati su YouTube, sono comunque diventati più guardinghi e meno spontanei, chiosa Cillizza. Hanno una smania inedita di controllo su ogni singola parola da dire in pubblico. John Mc Cain, candidato alla Casa Bianca, nel 2000 (cinque anni prima della nascita di YouTube) si sedeva in mezzo ai giornalisti sul retro del bus che lo portava in giro per gli Usa. Si prestava di buon grado a domande dirette e non concordate. Adesso una cosa del genere è impensabile. Ha ragione Cillizza: YouTube ha veramente cambiato la politica e non solo in America.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *