Addio recessione? Ci stiamo provando

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LavoroDi Nicola Salvagnin

Se è vero che una rondine non fa primavera, è anche vero che la vista di quelle due ali nel cielo – e dei dati sulla crescita del Pil italiano – sono di buon auspicio circa la fine del lungo inverno della recessione. Tredici trimestri consecutivi di discesa ininterrotta del prodotto interno lordo in un contesto di crisi che dura dal decennio scorso: basta e avanza per sorridere davanti allo 0,3% di crescita del Pil italiano nel primo trimestre 2015 rispetto all’ultimo del 2014.
È una rondine, non uno stormo. E basta un niente per abbatterla o per convincerla a fare marcia indietro. Non c’è nulla che faccia presagire una torrida estate di crescita e di sviluppo. Ma il clima italiano si sta rasserenando. La crescita del Pil è un altro dato in controtendenza tra quelli che stanno uscendo in questi mesi e che inducono all’ottimismo: finalmente le aziende assumono a tempo indeterminato, approfittando del Jobs Act e dei succosi sgravi contributivi; finalmente si sta riprendendo il mercato dell’auto, con il colossale indotto che muove attorno a sé; finalmente la discesa dei consumi alimentari pare arrestarsi…
C’è una brutta notizia, dentro la bella, che in realtà la rende ancora più bella. Questa mini-ripresa non è “esogena”, non dipende insomma da quelle esportazioni che hanno fatto galleggiare la nave-Italia in questi ultimi anni. Anzi, l’export è in calo: non vendiamo più ai russi le nostre mele e le nostre scarpe; il lusso tricolore sta avendo battute d’arresto in Cina; gli americani stanno comprando molto meno di quanto facesse immaginare il super-dollaro.
Ad alimentare il progresso del Pil sono i consumi interni, che hanno stimolato i comparti agricoli e industriali (meno i servizi, stazionari). Segno che gli italiani si ritrovano qualche soldarello in più in tasca: dagli 80 euro governativi al minor costo dei carburanti, ad un’inflazione inesistente fino al calo dei tassi di mutui e finanziamenti. Ma, soprattutto, non hanno più così paura a spenderli.
Perché la crisi italiana è stata soprattutto una crisi di fiducia: nel futuro, nelle istituzioni, nell’economia, insomma in tutto. E se il domani si fa cupo, si mette fieno in cascina e si cerca di utilizzarlo con più parsimonia. È ciò che è successo a milioni di famiglie, soprattutto dopo il 2011, quando il refrain generale era: siamo ad un passo dal baratro.
Quest’incubo ha gelato i consumi interni, mandando in crisi migliaia di aziende che avevano come unico o principale sbocco il mercato italiano. Da qui chiusure, fallimenti, mancati pagamenti, licenziamenti… Una spirale perversa, che sembra essersi spezzata.
Quindi siamo a posto? No, per vari motivi. Anzitutto perché gli effetti della crisi stanno ancora agendo sulla carne della nostra economia e della nostra società. E poi perché la fase di cambiamento è appena iniziata, basta un niente per bloccarla e ci sono ancora fondamentali passaggi da fare. Fondamentali e necessari, se non vogliamo essere risucchiati in un amen nella spirale di cui sopra: una burocrazia più efficiente e meno costosa, una scuola migliore, una giustizia degna di questo nome, un fisco che ci chieda meno, ma lo chieda a tutti. Solo per citare alcune pietre miliari che, se non incontreremo lungo la nostra strada, significherà che la strada la stiamo perdendo nuovamente.

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