Tutti i “coming out” del mondo moderno

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donnaDi Emanuela Vinai

Se finora l’idea di confessare qualsiasi cosa in famiglia, agli amici, ai superiori, al coniuge poteva essere fonte di stress e imbarazzo, ai giorni moderni, grazie all’ingresso e alla promozione nel vocabolario comune di termini da tutt’altro mutuati ecco che le cose assumono una nuova, accattivante prospettiva. Non è più necessario abbassare gli occhi (e talvolta le orecchie), giocherellare con immaginari nodi di tessuto e sussurrare a mezza voce: “dovrei dire una cosa…”. Mai più! Da oggi sguardo fiero, spalle dritte, petto in fuori e quattro paroline magiche: “devo fare coming out!”. Attimo di silenzio teatrale, immaginario rullo di tamburi e poi, con arrogante sicumera figlia del senso di orgoglio per la propria azione, sganciare la notizia-bomba. Qualunque essa sia.
Ecco, la prima considerazione da fare è che con questo esordio si rischiano di ottenere almeno due risultati opposti: o si producono tonfi a catena, provocati dalle sedie con corpi degli interlocutori inclusi, oppure sguardi perplessi e interrogativi: cos’è che devi fare tu? Eppure il bagno sai dov’è… Ma in seconda battuta non si può non notare che ciò che cambia non è solo l’oggetto della dichiarazione, quanto soprattutto il modo del verbo: da un esitante e ruffiano condizionale, espressione di ipotesi da verificare e comunque soggetta a interpretazione ritrattabile, a un sonoro indicativo, segno di tale certezza da sembrare un imperativo che, con buona pace di Kant, si vorrebbe categorico. Se poi alla fin fine semplicemente si tratti, come sorprendentemente riferito in questi giorni da un noto quotidiano, di comunicare la propria opzione vegetariana, beh, questo non è determinante. L’importante è poter annunciare imperturbabili una scelta, un fatto, una volontà incontrovertibili e così fortemente radicati nell’animo da potersi meritare l’onore di un’esternazione destinata a ben altre rivelazioni.
Per citare il tormentone: altro che Superman, altro che chiacchiere, qui il più grande spettacolo che va in scena è quello della cosciente enunciazione di un aspetto peculiare di noi stessi che si vuole rendere noto all’universo mondo. Eppure, questa novella applicazione creativa di un modo di dire che gode di larga fortuna in altro ambito, porta con sé un temibile germe, quello della riduzione a irrilevanza. “Coming out” vuol dire dichiararsi, esporsi, dire finalmente la verità agli altri e quindi aver trovato prima il coraggio di ammetterlo con se stessi, per rivendicare il proprio spazio. Nell’accezione comune si è fatto veicolo di una lotta personale che diventa collettiva contro un pregiudizio, per incoraggiare altri che vivono la stessa condizione a uscire dall’ombra. Ma utilizzarlo a ogni piè sospinto rischia di logorarne il significato originario in una cannibalizzazione semantica che ne spolpa progressivamente la forza, fino a lasciarne una lisca di banalità. Un’omologazione conformista che snatura, dove l’indifferenza nell’uso determina una svalutazione sistematica: deperiti per uso improprio. Per fare esempi concreti, precisamente quale terribile pregiudizio si sconfiggerebbe dichiarandosi vegetariani? O patiti di programmi televisivi trash? O elettori di partiti improbabili?
Sì perché ormai lo sdoganamento si è prodotto e di questo passo è facile immaginare la sequela di possibili coming out (da adesso CO) declinabili secondo modalità ugualmente valide e degne di nota. Per notizie e opportunità verosimili bastano circostanze consone e fantasia corrispondente, dopodiché le stesse cose, dette con orgoglio, acquistano tutt’altro peso:

CO assicurativo neopatentato: Ho distrutto l’auto
CO curriculare scolastico: Mi hanno bocciato
CO coniugale culinario: Il polpettone mi ha sempre fatto schifo
CO politico in contesto monocolore: in verità io ho votato per “quegli altri”
CO religioso in famiglia/ambiente di lavoro notoriamente anticlericali o indifferenti:
Sono cattolico

Ecco, a ben pensarci, forse questo sì che abbatterebbe un tabù.

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