Sudafrica, un’ondata di attacchi xenofobi contro gli immigrati

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africaDi Davide Maggiore

Il Paese che ha sconfitto l’apartheid, oggi si trova a dover combattere un’altra forma, più subdola, di discriminazione: perché sia le vittime, sia i colpevoli di adesso appartengono a quella che allora era la maggioranza oppressa della società. Per tre settimane, proprio alla vigilia del Freedom Day che ogni 27 aprile ricorda l’avvento della democrazia, il Sudafrica ha dovuto confrontarsi con un’ondata di attacchi xenofobi. Partiti da Durban, la città più importante della provincia di KwaZulu-Natal, si sono poi estesi ad altre parti del Paese, in particolare all’area di Johannesburg. A innescare le violenze, la voce che alcuni lavoratori sudafricani licenziati a Durban fossero stati sostituiti da manodopera straniera, molto più economica: la tensione è poi stata inasprita anche dalle parole del leader tradizionale degli zulu, re Goodwill Zwelithini. In un discorso pubblico – poi parzialmente sconfessato – il sovrano ha invitato gli stranieri a “fare le valige e tornare a casa”, accusandoli di togliere opportunità lavorative ai sudafricani. Il numero delle vittime – sette – è stato fortunatamente molto più basso di quello registrato in episodi simili in passato, ma oltre 5mila persone hanno dovuto abbandonare le loro case e la calma è tornata solo dopo l’invio dell’esercito a fianco della polizia in alcune aree considerate a rischio, come la township di Alexandra, a Johannesburg.

Tensioni latenti.
“Il governo – è il commento di padre David Holdcroft, responsabile per l’Africa meridionale del servizio dei gesuiti per i rifugiati (Jrs) – si trova in una situazione difficile, non vuole essere visto come troppo favorevole agli stranieri e sta anche cercando di scaricare la responsabilità di quello che accade su altre istituzioni”. Tra queste, ci sono i Paesi d’origine dei migranti: per le autorità sudafricane, sintetizza il gesuita, “il problema è legato alla migrazione e la soluzione è irrigidire le regole”. Le radici del problema, sostiene invece p. Holdcroft, sono profonde e vanno persino oltre i fatti del 2008, in cui altri attacchi di matrice xenofoba provocarono la morte di circa 60 persone. “Da allora – ricorda – le violenze sono proseguite pur non arrivando ad occupare le prime pagine dei giornali e paradossalmente in questi primi mesi del 2015 ci sono state meno vittime che nello stesso periodo di ognuno dei cinque anni precedenti”. La causa principale delle tensioni, sostiene, “è la mancanza di speranza di molti sudafricani in un riscatto economico: c’è un elemento di razzismo, ma pesa di più l’invidia nei confronti del presunto successo economico di alcune categorie di migranti”. Il tema è in effetti molto sentito nel Paese: qui secondo i dati della Banca mondiale, l’indice di Gini, che misura la disuguaglianza economica, ha raggiunto i 65 punti, il valore più alto registrato nel mondo. “Le ingiustizie fondamentali di questa società – concorda Paul Verryn, vescovo metodista impegnato da anni a fianco dei migranti arrivati a Johannesburg – causano enormi tensioni nella base sociale e segnare a dito gli stranieri sostenendo che debbano tornare a casa alimenta questa rabbia”.

Mobilitazione necessaria. A parere di Verryn, non è solo il governo a doversi mobilitare per risolvere il problema. Anche le realtà sociali che hanno un’influenza sulla popolazione, tra cui le comunità religiose, hanno un ruolo da giocare: “C’è bisogno – prosegue il vescovo metodista – di parlare di nonviolenza, di accoglienza dello straniero, ma si possono anche iniziare programmi che rendano gli stranieri capaci di contribuire allo sviluppo economico e al tessuto sociale, servono partenariati tra comunità locali e cittadini che promuovano, ad esempio, iniziative imprenditoriali”. In generale, conclude, “il Sudafrica deve riconoscere che non è solo un luogo ad un’estremità dell’Africa, ma che fa naturalmente parte di questo continente e a livello internazionale è percepito come una ‘comunità di speranza’, piena di potenzialità”. Anche questo ruolo simbolico fu conquistato con la fine dell’apartheid e, nonostante gli ultimi eventi, a parere di p. Holdcroft, non lo si può considerare compromesso: “Non credo che il Sudafrica sia un Paese meno accogliente di qualsiasi altro – argomenta – ma semplicemente sta ancora imparando cosa vuol dire essere pienamente una democrazia, è in una fase di sviluppo”.

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