Verso Firenze “Riappropriamoci della fraternità per uscire dalla crisi”

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Print this page

GualtieroDi M. M. Nicolais

“È tempo che i cattolici in Italia tornino a elaborare pensiero”, attraverso la “carità culturale” e la “carità politica”, di cui il Paese continua ad avere bisogno. Si è concluso con questo forte invito, sotto forma di esigente appello, il primo laboratorio nazionale in preparazione al Convegno ecclesiale di Firenze, che si è chiuso oggi a Perugia sul tema: “Dalla solidarietà alla fraternità: identità, estraneità e relazione per un nuovo umanesimo”. A lanciare la provocazione è stato il cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, che ha concluso i lavori insieme adAdriano Fabris, docente di filosofia morale all’Università di Pisa e membro del Comitato preparatorio del Convegno nazionale, che a proposito del cammino percorso dalla Chiesa italiana da Verona 2006 a Firenze 2015 rilancia: bisogna ripartire dalla fraternità e dalla “forza culturale” del cattolicesimo italiano, che “ha una portata enorme”. Il vocabolario c’è già, ma bisogna riappropriarsene, anche servendosi delle nuove tecnologie, grazie alle quali a Perugia è stata fatta con successo la “prova generale” di ciò che succederà tra sei mesi, grazie alla partecipazione interattiva al Convegno dei Firenze tramite i social network.

Professor Fabris, perché è urgente oggi ripartire dalla fraternità?

“Perché delle tre parole-manifesto della Rivoluzione Francese è certamente stata quella meno declinata e applicata. Abbiamo tutti potuto constatare, nell’Ottocento e nel Novecento, quali siano state le conseguenze di questa eclissi della fraternità: la libertà troppo spesso e a sproposito si è declinata come libero arbitrio, l’uguaglianza è stata interpretata quasi esclusivamente in termini di uguaglianza formale e la mancanza di uguaglianza sostanziale ha portato conseguente serissime e inaccettabili, come i regimi totalitari. Qualora fosse stata applicata, invece, la fraternità sarebbe stata il correttivo delle possibili derive insite sia nel concetto di libertà che nel concetto di uguaglianza, diventando così un formidabile fattore di equilibrio. Invece, la fraternità è stata dimenticata, messa tra parentesi: ora ci si accorge di quanto sia necessario riprenderla in mano e cominciare ad applicarla, in tutto l’ampio spettro delle sue declinazioni, da quelle filosofiche e antropologiche fino a quelle sociali, economiche e religiose, come è stato testimoniato proprio qui a Perugia”.

Non c’è il rischio che, se non ben compresa, anche la fraternità possa essere fraintesa o letta unilateralmente?

“Certamente si tratta di un tema da approfondire, in un’ottica di ascolto e di arricchimento reciproco, altrimenti il rischio di strumentalizzazione è sempre in agguato. Il punto chiave, però, è che nell’attuale situazione non si può non porre il tema della fraternità al centro, proprio per uscire dalla crisi antropologica, culturale, sociale, economica e politica”.

Fraternità, quindi, come “chiave” per costruire il nuovo umanesimo…
“Fraternità vuol dire, in primo luogo, considerare l’altro non uguale a me in senso formale, ma come me in quanto diverso: ‘Ama il prossimo tuo come te stesso’, in questa prospettiva, non è solo il principale comandamento del cristianesimo, ma il paradigma di un umanesimo senza aggettivi, la base della nostra comune umanità, come del resto recita lo stesso tema del Convegno di Firenze”.

Qual è il “minimo” e quale il “massimo” comune denominatore, sulla base del quale instaurare un dialogo fraterno e costruire buone relazioni?
“Il ‘minimo’ da cui partire è la concezione dell’essere umano come un essere non semplicemente biologico, come vorrebbero il biologismo e tutti gli altri ‘ismi’ ad esso collegati. L’uomo è un essere biologico con un ‘di più’ di cultura, cioè è un essere relazionale, capace di intessere relazioni buone, dove la fraternità ha un ruolo centrale per evitare unilateralità, estremizzazioni, polarizzazioni e anche contrapposizioni a volte inutili. Il ‘massimo’ sta nel portare al massimo compimento questa fioritura di buone relazioni, in ogni ambito della società. In questo, il ruolo delle religioni è fondamentale, perché in ognuna di essa – come ci hanno testimoniato sia gli esponenti delle religioni monoteisti, sia quelli delle religioni orientali – pur nelle loro a volte anche radicali differenze, esiste una tensione verso l’elemento della fraternità”.

Per vivere la fraternità, bisogna uscire dai propri recinti: la Chiesa italiana, in cammino da Verona a Firenze, è pronta?

“La Chiesa italiana ha le idee chiare che le provengono dalla sua antica tradizione e dalla sua fonte di ispirazione originaria che è il Vangelo. Ora è il momento di rilanciare, partendo dalla sua forza culturale, che ha una portata enorme. Bisogna riappropriarsi delle parole proprie del cattolicesimo, che gli sono state scippate o che rischiano di essere distorte da altri ambienti e altri settori. Per fare questo, non basta solo riflettere e approfondire: occorre tenere insieme teoria e prassi, partendo da quel radicamento nel ‘popolo’ e nella vita della gente che è un tratto peculiare del cattolicesimo italiano”.

Serve un nuovo alfabeto per un nuovo umanesimo?
“Basta sapersi riappropriare di quello antico, declinando le parole dell’umanesimo cristiano nei nuovi contesti e con i nuovi linguaggi. È la scelta che è stata fatta con il Convegno di Firenze, attorno al quale sono state coinvolte le diocesi già dalla preparazione della traccia. Firenze è per la Chiesa italiana il primo esempio di convegno all’insegna dell’interattività e di utilizzo delle nuove tecnologie, che garantiranno la maggiore partecipazione possibile anche a chi non potrà essere presente. Qui a Perugia abbiamo sperimentato per la prima volta questa modalità, e i risultati sono stati davvero confortanti”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *