I pastori d’Europa chiedono libertà per sanare le ferite

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vescoviDi Maria Chiara Biagioni

È un momento buio per l’Europa. Le sfide sono molteplici: la forte spinta migratoria dalle zone di conflitto in Medio Oriente e non solo, la crisi economica, la piaga della schiavitù e della tratta degli esseri umani. L’appello delle Chiese europee è chiaro: non perdere la speranza, sanare le ferite. Si intitola “Per un’Europa della libertà”, il messaggio che le Chiese cristiane del continente hanno diffuso a Roma al termine dell’incontro annuale di Ccee e Kek, i due organismi che riuniscono e coordinano le Chiese delle diverse tradizioni cristiane presenti nel nostro continente. Il messaggio reca la data dell’8 maggio, giorno in cui l’Europa commemora il 70° anniversario della fine della seconda guerra mondiale.

Il pensiero delle Chiese si rivolge immediatamente alla tragica situazione dei migranti vissuta nel mar Mediterraneo dove spesso trovano la morte ad un passo dalle coste italiane, dalla libertà. “Chiediamo – scrivono i leader delle Chiese europee – una libertà che salvi i migranti nel Mediterraneo, operi per porre fine alle cause della migrazione disperata e permetta a tutti di vivere in pace nei propri paesi di origine”. Il discorso si allarga alla popolazione dei Rom per i quali i cristiani chiedono “parole di solidarietà contro i pregiudizi”. Si guarda inoltre con preoccupazione alla piaga della schiavitù e del traffico degli esseri umani dei tempi moderni in tutto il mondo chiedendo all’Europa di porre fine a questa crudeltà in conformità con la richiesta – fortemente sollecitata da papa Francesco – dei leader religiosi il 2 dicembre scorso. Le Chiese accompagneranno con le loro riflessioni il dibattito in corso sull’ambiente in vista dei colloqui di Parigi sul cambiamento climatico a dicembre. Ma il messaggio finale è soprattutto quello di non perdere la speranza, nonostante tutto. “Chiediamo una libertà che sceglie la speranza anziché la disperazione”, scrivono le Chiese. “Ci sia concesso di usare i nostri liberi cuori e le nostre libere menti per sanare le ferite”. E settant’anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, la preghiera ancora oggi è “per la pace in Europa e nel mondo che deve essere sempre frutto della giustizia”.

Il messaggio è il risultato di tre giorni di colloqui a Roma che hanno visto di nuovo insieme i rappresentanti delle Chiese cristiane in Europa. Dopo le Assemblee ecumeniche europee e la firma nel 2007 della Charta Oecumenica, l’ecumenismo europeo ha vissuto negli ultimi anni un momento di stagnazione. A Roma in questi giorni si è decisamente respirato un’aria nuova. Lo si vede da come i leader dei due organismi europei parlano tra loro e colloquiano con i giornalisti. Si percepisce dalla consonanza di pensiero e opinione su molti temi, come quello della libertà religiosa, dei rapporti tra Stato e Chiese in Europa, del fondamentalismo di matrice islamica, della testimonianza cristiana e del martirio cristiano nel mondo. È il reverendo anglicano Christopher Hill, presidente della Kek a presentare a nome di tutti un bilancio conclusivo dei lavori. È lui a parlare di un clima “positivo e costruttivo”. Molto apprezzato anche l’incontro avuto con Papa Francesco. “Il Papa – ha detto il rev. Hill ai giornalisti – ha saputo coniugare la formalità dell’incontro con la sua umanità”. Ma davvero – chiedono i giornalisti – credete che sia possibile una posizione comune e condivisa sui temi di attualità? È sempre lui a rispondere: “A volte, a livello di percezione popolare, si pensa che i cristiani siano più in disaccordo che in accordo. È possibile ovviamente che i cristiani abbiano visione differenziate rispetto ad alcune questione etiche. Quel che si dimentica è che sulle grandi questioni relative al bene comune, i cristiani sono quasi interamente, se non interamente d’accordo. Non solo esiste un accordo vero e ad ampio spettro sul bene comune ma anche si promuovono iniziative concrete e condivise”. Hill ha fatto a questo proposito riferimento all’impegno delle Chiese per l’abolizione della schiavitù e della tratta degli esseri umani e le diverse posizioni prese in Inghilterra dalla Conferenza episcopale cattolica e dalla Comunione anglicana rispetto alle elezioni politiche. Ed ha concluso: “anche se gli stili variano, il contenuto è sostanzialmente lo stesso”.

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