“Piena occupazione” non è una bestemmia

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disoccupazione_lavoropFabio G. Angelini

In occasione delle celebrazioni per il 1° maggio, il presidente della Repubblica, invitandoci a tornare a pronunciare insieme le parole “piena occupazione”, ha denunciato i pericoli di una società fondata sull’esclusione, dove egoismi e difese corporative, frenando e aggravando le iniquità, lacerano il corpo sociale e il tessuto democratico, minando la coesione sociale. Sono parole che meritano di essere condivise e rilanciate con forza. Esse fanno proprio l’insegnamento della dottrina sociale della Chiesa sul lavoro e, nello stesso tempo, rilanciano la prospettiva della via istituzionale della carità proposta dalla “Caritas in Veritate”.
Il modello di sviluppo umano integrale proposto dalla dottrina sociale della Chiesa (Dsc) offre una visione incentrata sul rispetto e sulla promozione della dignità dell’uomo in ogni campo della vita, a partire dal lavoro, “perché mediante il lavoro l’uomo, non solo trasforma la natura adattandola alle proprie necessità, ma anche realizza se stesso come uomo e anzi, in un certo senso, diventa più uomo” (Laborem Exercens, 9).
Il lavoro è, dunque, testimonianza della dignità dell’uomo e del suo dominio sulla creazione. La Dsc c’insegna che il lavoro umano è occasione di realizzazione personale, sia quale strumento per soddisfare i propri bisogni, sia quale occasione per servire gli altri. In questa dimensione, esso assume il ruolo di elemento costitutivo della socialità su cui si costruiscono i legami propri della società politica. Esso, dunque, “è un bene di tutti, che deve essere disponibile per tutti coloro che ne sono capaci. La piena occupazione è, pertanto, un obiettivo doveroso per ogni ordinamento economico orientato alla giustizia e al bene comune” (Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 288).
La crescente interdipendenza delle economie e la frammentazione dei processi produttivi pongono molto spesso in termini conflittuali il lavoro, la ricerca del profitto e la globalizzazione. Si è perciò portati a considerare, da un lato, la competizione globale come principale causa di disoccupazione e, dall’altro, la stessa ricerca del benessere materiale come qualcosa di negativo piuttosto che un’occasione d’inclusione sociale. Tali fenomeni hanno certamente dei costi per le società più ricche ma, se da un lato richiedono alle imprese e ai lavoratori uno sforzo in termini di competitività e innovazione; dall’altro, è proprio grazie a questi fenomeni che intere popolazioni sono uscite dall’emarginazione e dalla fame.
La grande sfida della “globalizzazione della solidarietà” pone le società più ricche di fronte alla necessità di guardare con favore a tali fenomeni, affrontando le dinamiche competitive e le trasformazioni del sistema produttivo in chiave istituzionale, riscoprendo nel lavoro il legame tra la persona e la comunità. Nelle economie avanzate e fortemente competitive, nelle quali l’interazione umana prevale sul lavoro manuale, una cornice istituzionale in grado di accrescere la consapevolezza circa la dimensione sociale del lavoro è, infatti, strumento essenziale per umanizzare i processi economici e per promuovere quell’innovazione necessaria per competere sui mercati globali. Una Repubblica fondata sul lavoro, che riconosca la centralità della persona quale principio cardine del proprio ordinamento, non può accettare inerme i costi sociali di un sistema economico e istituzionale incapace di guardare alla cooperazione umana e all’inclusione sociale come leve per lo sviluppo. In un contesto di socialità economica che travalica i confini nazionali, la risposta di una comunità politica che voglia perseguire il bene comune richiede istituzioni ordinate al principio di sussidiarietà e solidarietà; nonché, l’adozione di politiche tese ad offrire al lavoro umano protezione e promozione, da un lato, garantendo la libertà d’impresa e i diritti dei lavoratori e, dall’altro, promuovendo la piena occupazione, non ricorrendo a politiche assistenziali che mortificano e deresponsabilizzano il lavoratore, bensì, rimuovendo gli ostacoli e ponendo le condizioni istituzionali per un libero e responsabile esercizio della soggettività creatrice di ciascuno.

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