Nasce la prima rete per “salvare” gli uomini violenti

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Print this page

violenzaGiovanna Pasqualin Traversa

Si chiama Relive (Relazioni libere dalle violenze –www.associazionerelive.it) ed è la prima rete nazionale che riunisce i principali centri dedicati ai maschi autori di violenza di genere, un’emergenza strutturale che chiama in causa i modelli di relazione uomo – donna e perciò non riguarda solo le vittime ma tutta la società nel suo complesso. Fino a qualche tempo fa erano oggetto di attenzione, sostegno e accompagnamento solo le donne; il lavoro sul campo ha però dimostrato che nella prevenzione e nel contrasto della violenza gli uomini sono imprescindibili alleati. Di qui l’avvio nel 2009 dei primi programmi di ascolto e presa in carico anche degli autori dei maltrattamenti, in partenariato e stretto coordinamento con i servizi di assistenza alle vittime come stabilito dall’art.16 della Convenzione di Istanbul. E il 27 aprile ha visto la luce a Roma, presso la presidenza del Consiglio dei ministri, il coordinamento nazionale dei nove centri “che rappresentano le esperienze più significative e consolidate all’interno della ventina di realtà attive su tutto il territorio nazionale”, spiega la presidente di Relive, Alessandra Pauncz, psicoterapeuta e responsabile del Centro ascolto uomini maltrattanti (Cam) di Firenze, il primo in Italia, nato nel 2009 e che ogni anno segue una media di 70-80 autori di violenze.

Nuovi modelli maschili. Obiettivo del network, prosegue Pauncz, è “proteggere i bambini e le donne aiutando gli uomini a cambiare i loro comportamenti”, muovendosi “su tre assi: culturale, clinico e criminologico”. Un discorso molto ampio che richiede di “riflettere insieme sui diversi tipi di relazioni affettive, aprire una discussione sulla paternità, costruire insieme alternative alla violenza” e, più in generale, riflettere sull’evoluzione dei modelli maschili. A questo fine è necessario analizzare i fattori di rischio per la prevenzione, collaborare con i centri antiviolenza e le reti di servizi “al femminile”, aderire alle linee guida e agli standard europei di qualità. La maggior parte degli uomini che si rivolge ai centri d’ascolto dedicati lo fa in maniera volontaria – percentuale raddoppiata dal 2009 -; solo una minima parte è inviata dalla magistratura di sorveglianza o da altre forme di affidamento in prova, da professionisti o altre strutture di intervento. E c’è un dato interessante, segno di cambiamento culturale: l’aumento dei ragazzi e dei giovani che accedono ai servizi. Che percentuale di successo registrano questi percorsi? “Il drop out (abbandono del programma) è del 30-40% in chi inizia. Per quelli che rimangono i risultati sono ottimi sull’asse della violenza fisica, mentre è più lungo e complesso l’iter di percezione e autoconsapevolezza dei maltrattamenti psicologici inferti”. Quattro dei centri aderenti a Relive si trovano a Milano; gli altri sono a Torino, Genova, Rovereto, Ferrara e Firenze.

Un cambiamento culturale. Per la vicepresidente del Senato Valeria Fedeli, “si può dire basta alla violenza non armando una guerra di difesa delle donne contro gli uomini, ma smontando gli archetipi patriarcali su cui la relazione donna-uomo è costruita”. Particolare attenzione va dunque riservata anche agli aspetti sociali e culturali del fenomeno e all’impegno di sensibilizzazione e diffusione di una “grammatica” del rispetto della donna, delle pari opportunità e dell’uguaglianza di genere. In fondo è il messaggio della campagna web #cosedauomini rivolta a uomini e ragazzi e lanciata lo scorso novembre dal Dipartimento pari opportunità con il contributo della Commissione Ue nell’ambito del progetto Five men – Fight ViolEnce against woMEN. Al centro non la classica donna vittima, bensì cinque protagonisti maschili, di ogni età e appartenenza sociale, alle prese con specifici problemi di identità e relazione. Il progetto ha portato anche all’elaborazione di un “toolkit” (insieme di strumenti) che dai prossimi giorni verrà presentato in 20 scuole pilota – selezionate su tutto il territorio nazionale tra le oltre 100 che hanno chiesto di partecipare all’iniziativa – dove sono in programma diversi incontri per coinvolgere e responsabilizzare gli studenti, ragazzi e ragazze insieme. Perché la violenza di genere è la scelta di un disvalore, non un destino ineluttabile. Solo su un “terreno” culturale nuovo le differenze tra uomo e donna, che di per sé costituiscono una ricchezza, potranno essere causa anche di divergenze ma non più di conflitti, e tantomeno di paura, per qualcuno, di perdere il “controllo” della relazione. In altri termini l’esercizio del potere.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *