Sembra l’Italia ma è l’Inghilterra

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inghilterraDi Stefano Costallo
Il prossimo 7 maggio l’Inghilterra sarà chiamata alle urne per rinnovare il parlamento e i sondaggi stanno facendo impazzire gli staff di David Cameron, premier uscente, e di Ed Miliband, lo sfidante laburista. Secondo alcune proiezioni, i due partiti maggiori sarebbero appaiati intorno al 33%, mentre secondo altri sondaggi i Conservatori di Cameron dovrebbero riuscire a essere ancora il primo partito, ma senza arrivare alla maggioranza assoluta. Dunque, l’unica cosa certa è che anche questa volta, come nel 2010, non ci sarà un netto vincitore ed emergerà la necessità di formare un governo di coalizione, negoziando le alleanze dopo il voto. Con buona pace di coloro che sostengono ancora l’idea un po’ semplicistica secondo cui la Gran Bretagna sarebbe la patria del bipartitismo e un modello di chiarezza per molti altri sistemi politici, a partire dall’Italia. In realtà, il sistema politico inglese non è più veramente bipartitico dagli anni Settanta e solo gli effetti fortemente distorsivi della legge elettorale utilizzata hanno permesso finora di mascherare la trasformazione in atto da decenni all’interno del sistema politico britannico, sempre più simile a un multipartitismo classico con quattro-cinque forze rilevanti in termini di voti.
Non solo, se nel 2010 l’unica coalizione possibile era quella, tuttora al governo, composta da Conservatori e Liberal-democratici, i sondaggi dicono che questa volta le urne potrebbero dare vita a un parlamento molto più frammentato, in cui le coalizioni possibili saranno quasi certamente più di una e vari partiti potranno far valere il loro potere di ricatto. Considerando gli incastri possibili nel gioco delle alleanze, i Laburisti sembrano avere più possibilità di esprimere il Premier, anche se i Conservatori dovessero risultare il primo partito. Infatti, un’alleanza con i soli Liberal-democratici difficilmente sarebbe sufficiente a Cameron per garantire una maggioranza funzionante, dato che il partito di Nick Clegg non dovrebbe riuscire a ripetere il successo del 2010. Il partito populista e antieuropeista Ukip dovrebbe ottenere un buon risultato in termini di voti, ma soltanto un numero esiguo di seggi e d’altra parte i Liberali hanno già dichiarato che non entreranno in un’alleanza con l’estrema destra.
Molti sostengono che la chiave delle elezioni britanniche sarà la Scozia. Le proiezioni elaborate da diversi istituti di ricerca indicano che il Partito Nazionalista Scozzese (Snp) otterrà la stragrande maggioranza (secondo alcuni persino la totalità) dei seggi nel nord, principalmente a scapito dei Laburisti. Il fallimento del referendum sull’indipendenza da Londra tenutosi lo scorso anno potrebbe aver fatto disaffezionare alla politica parte degli elettori scozzesi, ma se anche non si ripetesse l’affluenza record registratasi per il referendum, l’Snp dovrebbe risultare comunque vincitore: si tratta solo di capire con quale distacco.
Miliband e Clegg sembrano per ora restii a formare una coalizione con i nazionalisti scozzesi, che potrebbero chiedere ministeri importanti e un’autonomia ancora più marcata per il loro territorio, ma passare da Edimburgo potrebbe essere l’unico modo per creare un governo con solide basi numeriche. L’alternativa potrebbe addirittura essere la formazione di un governo di minoranza, con l’appoggio esterno o l’astensione degli scozzesi. Si tratterebbe di una situazione molto instabile che porterebbe probabilmente a nuove elezioni prima della scadenza naturale. Come dire: sembra l’Italia, ma è l’Inghilterra.

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