Un nuovo Lincoln per fermare la tratta

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linconKunta Kinte, protagonista della saga di “Radici”, non c’è più. Ma la schiavitù, pur avendo cambiato volto, esiste ancora. Semmai gli schiavisti di oggi si chiamano scafisti; non ci sono più le “navi negriere”, ma ci sono gommoni e carrette del mare che trasportano bambini, donne e uomini, stipati come animali, dall’Africa fino all’Occidente, al prezzo di qualche migliaio di euro a testa. Ieri la meta era l’America, oggi è l’Europa.
Dal XVI secolo in poi la tratta atlantica deportava con la forza nel “nuovo mondo” persone rapite dai villaggi della costa occidentale africana, per finire nei campi di cotone americani. Oggi i migranti o profughi fuggono “liberamente” dalla fame, dalla povertà, da Paesi in cui mancano libertà, diritti, speranze per il domani. Eppure allo stesso modo, come 500 anni fa, i “deportati volontari” spesso finiscono nelle mani di trafficanti senza scrupoli, nelle maglie della tratta, per poi approdare in terre non sempre ospitali (anche perché già provate da flussi ingigantitisi negli anni). Qualche volta ad accoglierli c’è una mano amica e un centro di prima accoglienza; altre volte si finisce nei campi di pomodori, non più di cotone, a 5 euro per una giornata di lavoro bestiale (e ovviamente in nero).
I capi di Stato e di governo dell’Europa, terra di approdo, oggi si ritrovano a Bruxelles per decidere una risposta comune alle tragedie in atto nel Mediterraneo. Sulla spinta del migliaio di morti dei giorni scorsi potrebbe essere la volta buona per un’azione che sia, al contempo, capace di salvare vite umane e di avviare forme concrete di contrasto alla tratta del terzo millennio. Così a Bruxelles, come un tempo a Washington, ci vorrebbe un Abramo Lincoln, del quale esattamente in questi giorni cadono i 150 anni della morte, ucciso per mano di un simpatizzante sudista, pro-schiavitù.
Dunque un Lincoln europeo, in grado di intraprendere la strada della giustizia, della libertà, dello stop alla tratta. Convincendo gli Stati dell’Ue e la Comunità internazionale a farsi carico della complessa situazione africana e mediorientale, dove lo stop ai disperati del Mediterraneo arriverà veramente solo nel momento in cui le parole pace, sviluppo e benessere saranno divenute realtà.

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