”Egitto, Libia e Sudan non possono far nulla per i profughi, quindi…”

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migrantiDi Davide Maggiore
“Un’ecatombe senza precedenti” e “una tragedia dei diritti umani”: così le Nazioni Unite hanno definito gli ultimi naufragi nel Mediterraneo, in cui centinaia di persone sono morte percorrendo quella che la stessa Onu ha chiamato “la più pericolosa” delle rotte marittime della migrazione. Almeno 3.500 sono state le vittime che ha provocato nel 2014 e quest’anno se ne contano già oltre 1.750 migranti. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, il 75% dei migranti morti nel mondo, tra il settembre e il dicembre appena passati, percorreva questa via. Eppure dalla sponda sud si continua a partire nel tentativo di raggiungere l’Europa: ad intraprendere il viaggio lo scorso anno furono in 219mila e le cifre dei primi quattro mesi del 2015 sono in linea con quelle registrate nello stesso periodo del 2014. Anzi, si fanno sempre più forti le voci di un milione di persone che premono sulle spiagge libiche per imbarcarsi sui barconi diretti verso le acque italiane.
Scelta obbligata. La scelta di lasciare comunque i Paesi d’origine e quelli di transito, in cui si vive in attesa di proseguire il viaggio, viene presa deliberatamente, nonostante si conoscano bene i rischi della traversata. A spiegare il perché è padre Jemil Araya, missionario comboniano eritreo, impegnato al Cairo nell’assistenza a migranti e rifugiati in arrivo dal Corno d’Africa e dal Sudan. Quelli che arrivano in Egitto , racconta “sono colpiti da quel che succede, ma non hanno scelta perché nei Paesi che li ospitano non trovano una risposta ai loro problemi, quindi continuano a guardare ad un futuro migliore, a una vita migliore per libertà e sicurezza. Questa gente non può fermarsi, perché non vede nessuna soluzione restando qui…”. I migranti, prosegue “sono consapevoli al cento per cento di quello che accade in Europa, perché hanno contatti con amici e parenti, seguono le notizie, noi stessi cerchiamo di informarli: ma l’unica scelta che hanno è quella di vivere nella miseria e nell’insicurezza o di tentare di attraversare il mare, a rischio di morire… Vivere in Egitto, in Libia o in Sudan non può essere considerato un futuro!”. Costo della vita sempre più alto, più cari anche gli affitti per chi può permettersi una casa, lavoro praticamente impossibile da trovare: queste sono le difficoltà che chi arriva dall’Africa subsahariana deve affrontare “e naturalmente – ricorda il comboniano – non possono tornare nei loro Paesi, dove vengono oppressi e maltrattati, quindi vanno avanti, in Italia e poi ancora oltre”. L’Europa è ai loro occhi un luogo dove “c’è ancora speranza, in qualche modo: sanno che avranno difficoltà economiche, che non c’è lavoro, ma almeno non verranno perseguitati…”. Di qui, continua il sacerdote, la consapevolezza che “nelle loro condizioni possono solo rischiare, anche conoscendo la realtà dell’Europa da chi è già lì, nei centri di permanenza, o non viene accettato dalla società. Per loro persino questa condizione è migliore, di poco, di quella nei Paesi di transito…”.
Prospettiva mondiale. A rendere inevitabile la decisione è anche un altro fattore: le emergenze umanitarie che si sono aperte in altre parti del mondo negli ultimi mesi hanno fatto diminuire anche gli aiuti delle organizzazioni internazionali ai rifugiati del Nordafrica. “In passato varie famiglie vulnerabili ricevevano qualche forma di sostegno, ma ora questo sta andando sempre più ad altre parti d’Africa o in Iraq…”, nota padre Araya. Ma l’impatto delle crisi mediorientali sui migranti del Corno d’Africa, ancora tra i più numerosi ad attraversare il Mediterraneo, è anche più diretto. “Lo Yemen, dove è in atto una crisi gravissima – ricorda da Gibuti il vescovo locale e vicario apostolico di Mogadiscio, monsignor Giorgio Bertin – ospitava almeno 200mila rifugiati somali, che ora stanno tornando: è probabile che arrivando qui, per di più nella stagione terribile tra maggio e settembre, molti possano essere tentati di proseguire verso l’Europa”. Di fronte a questa realtà, sostiene il presule “i politici europei hanno il dovere di lavorare in coordinamento tra di loro ma anche con il resto del mondo: l’Italia e la stessa Unione europea, da sole, non possono risolvere il problema”. Né questo ha un’unica dimensione, conclude p. Araya: “Tra le cause della fuga c’è la mancanza di libertà, di pace, di stabilità, quindi non basta fornire aiuti finanziari ai Paesi di transito. Servono politiche e attività che permettano alle persone di vivere libere nei loro luoghi d’origine”.

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