Volti di profughi che ce l’hanno fatta Ma quante ferite…

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profughiDi Patrizia Caiffa
Sono forse 900 i migranti inghiottiti dalle acque del Mediterraneo dopo il più terribile naufragio degli ultimi tempi, tra cui 200 donne e 50 bambini. Sono sopravvissuti solo in 28 perché la maggior parte – i più deboli e quelli che pagavano meno – erano stipati nella stiva, con i portelloni bloccati, accucciati uno accanto all’altro senza potersi muovere. A loro è toccata la sorte peggiore. Poche ore dopo, davanti alle coste di Rodi, in Grecia, un altro naufragio con 200 a bordo, finora sono solo 57 i superstiti. Numeri, solo numeri, che fanno gridare all’orrore ma che non danno la misura concreta della drammaticità delle storie che ci sono dietro. Persone come noi che cercano, migrando o fuggendo da guerre e persecuzioni, una vita migliore, degna e libera. Eccoli i volti di chi è sopravvissuto ai terribili “viaggi della speranza” e ora può parlare da testimone, per cercare di far aprire gli occhi anche ai cinici e agli indifferenti. Li abbiamo incontrati a Perugia, al Festival internazionale di giornalismo.
Dov’è la vostra umanità? “A quante vittime vogliono arrivare per cominciare a muoverci seriamente, con un progetto a lungo termine? Questa tragedia è una vergogna per l’Unione europea e la comunità internazionale”. Il suo è un grido di dolore e di rabbia: Tareke Brhane, eritreo, presidente del Comitato 3 ottobre, che dopo i 366 morti del naufragio a Lampedusa nel 2013 fa attività di sensibilizzazione nelle scuole e chiede al governo e all’Ue di riconoscere la Giornata della memoria in onore delle vittime del mare. Sono andati da Papa Francesco, hanno portato a Lampedusa il presidente del Parlamento europeo, i rappresentanti del governo italiano. Quest’anno vogliono invitare le delegazioni di tutti i Paesi europei. “Perché siamo diventati così egoisti? Dov’è la vostra umanità? Qual è la differenza tra me e voi? Solo il Paese in cui sono nato. Non capite la ragione che ci spinge ad uscire?”, si chiede Brhane, che come tante altre organizzazioni critica l’operazione Triton e chiede canali umanitari nei Paesi di transito – il cosiddetto “resettlement” che già esiste da anni -, concedendo ai profughi un permesso per entrare nei Paesi europei, a seconda delle quote: “Date una alternativa concreta a queste persone, una via e un posto sicuro. La gente continuerà ad imbarcarsi e a rischiare la vita perché è disperata. Bisogna proteggere le persone, non i confini! L’uomo ha più valore dei soldi”.
Cinque anni di viaggio tra carcere, deserto e mare. La sua fuga disperata ha avuto origine da un governo dittatoriale che in Eritrea costringe tutti i giovani a fare il servizio militare – o in alternativa il carcere – a vita. “Mia madre sapeva che non ci saremmo mai più incontrati ma mi esortava con un sorriso, dicendo: ‘Vai, ce la fai’ – racconta Tareke -. Ho impiegato cinque anni per arrivare qui, trascorsi tra un carcere e un altro. Avevo solo l’1% di possibilità di riuscire ma non mollavo”. Tareke ricorda le terribili condizioni del viaggio nel deserto: “Sulla jeep eravamo 34 persone, uno legato all’altro. C’erano montagne di sabbia, ci facevano bere acqua con la benzina. Le donne erano tutte stuprate davanti ai nostri occhi, anche le mamme e sorelle. Il mio desiderio era: ‘Dio se devo morire fammi morire in mare, perché è più veloce’. Ho tentato due volte la traversata, due volte sono stato respinto dai maltesi. Arrivato in Italia ho avuto molte difficoltà”.
Sopravvissuta alla torture in Iran. Orribile e coraggiosa è la storia di Hooshmand Galati Soodabeh, “Suli” per gli amici, 32 anni, rifugiata iraniana da tanti anni in Italia. Costretta a sposarsi a 12 anni con un afgano, ha vissuto per quattro anni in Afghanistan. Quando è tornata in Iran il marito è stato arrestato, torturato e ucciso. Suli era incinta, è stata torturata anche lei per avere informazioni sul marito. “Ogni parte del mio corpo ha segni di tortura”, racconta oggi. Eppure ha avuto la forza di reagire. A 19 anni è fuggita a piedi, con la figlia di 4 anni, viaggiando attraverso la Turchia, la Bosnia, la Croazia, la Slovenia, a piedi. Ha avuto la fortuna di incontrare un carabiniere che le ha accolte nella sua famiglia e aiutate. Ora ha lo status di rifugiata, una casa, tre figli, e lavora in una comunità per minori. “Ho una vita tranquilla – conclude -. Per me è sufficiente che non mi torturi nessuno”.
Dall’Iraq e dal Mali due storie a lieto fine. In Iraq Aws Alabayati, giovane ingegnere informatico, aveva fondato una band che suonava heavy metal a Bagdad. Ma gli integralisti non gradivano. Un giorno gli è arrivata una lettera con un proiettile, una chiara minaccia. “Nel mio Paese o fai quello che vogliono loro o ti uccidono – dice -. Ho venduto tutto quello che avevo e sono andato in Kurdistan. Ho viaggiato in un camion e poi in un container per 8 giorni. Per il viaggio ho speso 12 mila dollari”. Aws vive felicemente in Belgio. Suleman Diara viene dal Mali e ci ha messo quattro anni per arrivare in Italia. Sfruttato come bracciante agricolo, era a Rosarno per raccogliere arance (50 centesimi a cassa) durante gli scontri con la popolazione nel 2010. Ha vissuto per mesi in strada. Poi ha avuto la bella idea di presentare alla Regione Lazio un progetto per la produzione di yogurt biologico. Il bando è stato vinto. Ora l’associazione Barikamà vende i suoi prodotti ai Gas (Gruppi di acquisto solidali) di Roma. Una storia di successo, una piccola consolazione dopo grandi orrori.

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