No a tagli di spesa, le prestazioni sanitarie non legate al reddito

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falabellaRiccardo Benotti

L’Italia investe poco (e male) in politiche per la disabilità. Tra i 28 Stati membri dell’Unione europea, il nostro Paese è settimo per la spesa in protezione sociale che comprende sanità, previdenza e assistenza. A guardare nel dettaglio, si osserva che la spesa destinata alla disabilità è pari all’1,7% del Pil di cui soltanto lo 0,7% in servizi per l’inclusione sociale o per strutture residenziali. “Non è pensabile tagliare un settore già così marginalizzato, a meno che non si voglia segregare le persone con disabilità e continuare a privarle di una vita dignitosa” chiarisce Vincenzo Falabella, presidente della Fish, la Federazione italiana per il superamento dell’handicap che raggruppa le principali associazioni di categoria e rappresenta oltre mezzo milione di persone. Falabella cita i dati Istat ed Eurostat: “Per essere considerato civile, uno Stato deve garantire una quotidianità di vita migliore a quanti vivono in difficoltà”.
Il commissario alla Revisione della spesa, Yoram Gutgeld, ha ventilato l’ipotesi di legare le indennità di accompagnamento al reddito…
“Sembra che le sorti del Paese dipendano dalla spesa sociale, anzi dalle provvidenze assistenziali. In realtà, in termini di erogazioni monetarie a persone disabili e indigenti, l’Italia è agli ultimi posti della classifica europea, oltre che priva di una struttura politica di contrasto alla povertà. L’ipotesi di condizionare l’erogazione dell’indennità di accompagnamento a soglie di reddito non trova riscontri nel Def. Il predecessore di Gutgeld, Carlo Cottarelli, aveva già stimato il risparmio per questa ipotesi: massimo 300 milioni di euro a regime. Su una spesa complessiva di 16,5 miliardi di euro rappresentano un’inezia che, però, avrebbe un effetto politico pesante nei confronti del Governo che se ne assumesse la responsabilità”.
Si chiama spesso in causa la disparità di prestazioni tra una Regione e l’altra, o tra una Provincia e l’altra, non giustificate da ragioni sociodemografiche. È così?
“La visione della realtà è distorta. Abbiamo effettuato un approfondimento serio su questo tema. In alcune Regioni il numero di prestazioni è maggiore rispetto ad altre. Abbiamo affiancato il dato con la spesa sociale pro-capite per disabilità delle singole Regioni, rilevando che in quelle in cui la spesa per disabilità (servizi) è più bassa, il numero delle prestazioni monetarie richieste aumenta. Crediamo che questo abbia un significato e che sia opportuno osservare tutte le disparità, non solo quelle più ‘comode’ da colpire o sulle quali è agevole costruire una facile demagogia. Se invece si intende affrontare e ricomporre seriamente la drammatica disparità territoriale sul fronte dei servizi sociali e sanitari, siamo disponibilissimi”.
Cosa comporterebbe in termini pratici per le famiglie con persone disabili o non autosufficienti relazionare al reddito le prestazioni sociali e sanitarie?
“La presenza di una persona con disabilità all’interno del nucleo familiare è una delle maggiori cause di impoverimento sociale e di povertà economica. Se anche l’indennità di accompagnamento venisse legata al reddito, come le altre prestazioni assistenziali, alcune famiglie si troverebbero escluse da servizi fondamentali. Con la conseguenza inevitabile di un impoverimento sostanziale ancora maggiore. Per questo ci teniamo a ribadire che le prestazioni sociali e sanitarie per le persone con disabilità devono essere svincolate dal reddito. Molto spesso, per gli anziani ricoverati in Rsa, l’indennità di accompagnamento non è altro che una ‘partita di giro’ per il pagamento della retta altrimenti a carico dei Comuni. Quindi la perdita sarebbe consistente anche per gli enti locali”.
Capitolo Isee. Perché la Fish chiede interventi correttivi?
“Ci troviamo di fronte a uno strumento messo in discussione da una sentenza del Tar del Lazio che ha parzialmente accolto i ricorsi contro il nuovo sistema di calcolo che considera anche le prestazioni assistenziali nell’indicatore della situazione reddituale. Pochi giorni fa il ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha reso noto che ricorrerà al Consiglio di Stato, ma, al contempo, ha espresso l’intenzione di apportare correzioni che garantiscano maggiore coerenza ed equità allo strumento. È quindi necessario convocare immediatamente il Tavolo di monitoraggio dell’Isee per individuare le modifiche migliori e più congruenti. Ciò rappresenta l’occasione per ridiscutere quanto avevamo già suggerito e sostenuto nel 2012, ovvero l’opportunità di includere anche indicatori che valorizzino maggiormente il costo della disabilità e dei caregiver familiari. Sono due elementi che non possono essere eliminati da uno strumento di valutazione della situazione economica di una famiglia”.
Quali sono i principali impegni della Federazione?
“Quelli previsti dal Programma di azione biennale per la promozione dei diritti e l’integrazione delle persone con disabilità. Tra gli altri: l’accertamento della condizione di disabilità spostando l’attenzione sulla valutazione dei bisogni; la salute, in particolare i Livelli essenziali di assistenza e il nomenclatore tariffario; l’occupazione, con la riforma della Legge 68/99 che si è dimostrata inefficace; quindi l’inclusione scolastica, auspicando che nella ‘Buona scuola’ possano essere recepiti quegli elementi normativi indispensabili per includere gli alunni con disabilità nella costruzione del modello partecipativo del mondo della scuola”.

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