Italia, la lotta alla povertà oltre l’assistenzialismo

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RenziFabio G. Angelini
La discussione pubblica sul Def (Documento di economia e finanza) ha finalmente riacceso i riflettori sulle politiche sociali. Sono più di 6 milioni, nel nostro Paese, le persone in stato di povertà assoluta, rispetto alle quali non esiste alcuno strumento di sostegno. E sono, purtroppo, molti i giovani ai quali – pur non rientrando in tali statistiche – è preclusa la possibilità di inserimento nel mondo del lavoro, di formare una famiglia e di mettere al mondo dei figli.
Sono i segnali preoccupanti di una società che fa troppo poco, e a volte nulla, a tutela della dignità della persona. La dottrina sociale della Chiesa (Dsc), affermando il primato della persona, creata ad immagine e somiglianza di Dio, ci svela da un lato, che la sua essenza è data dalla libertà, responsabilità e creatività e, dall’altro, che la sua natura è relazionale. Ciò implica per l’uomo il dovere di servire l’umanità secondo una cultura del servizio che ci riporta, usando le parole di Papa Francesco, sulla “strada dell’umiltà di Cristo che essendo ricco si è fatto povero per arricchirci proprio con la sua povertà. Questa è la strada per servire Dio” (“Il potere del denaro”, 20 settembre 2013).
Da questa visione antropologica e dalla carità cristiana discendono i concetti di bene comune e di solidarietà. Nella Dsc, l’opzione preferenziale per i poveri non si traduce però in un assistenzialismo che riduce la carità ad elemosina, bensì in “un generoso traboccare della giustizia” poiché “la dignità dell’uomo, che è figlio di Dio, chiede molto di più” (J. Escrivá, “Amici di Dio”, 1988, nn. 172-173). Sul fronte della lotta alla povertà, dunque, la Dsc richiede un impegno costante ad elevare i più deboli perseguendo un’idea di sviluppo che, attraverso l’inclusione, guarda non solo alla crescita economica ma allo sviluppo umano integrale, di cui essa è solo un aspetto.
Quello a cui ci invita la Dsc non è un programma utopico il cui perseguimento presuppone il sottrarci dalle dinamiche del mondo e dell’economia di mercato, bensì, un impegno a farci promotori, nelle nostre realtà e attività quotidiane, di un nuovo umanesimo fondato su una visione relazionale dell’economia e della società. In quest’ottica, sarebbe perciò auspicabile che il tesoretto di cui tanto si parla fosse destinato a finanziare interventi tesi a liberare i più deboli dal bisogno piuttosto che ridursi ad una (pur utile, ma insufficiente) ennesima politica assistenziale.
Semplicistici approcci paternalistici deresponsabilizzano la società civile rispetto alle sorti dei più deboli e finanche gli stessi beneficiari, risultando strutturalmente inefficaci ed incapaci di elevare i poveri dalla loro condizione di bisogno, diventando essi stessi parte integrante delle dinamiche di sviluppo. Tale approccio, teso a promuovere l’inclusione sociale ed a spezzare le catene della povertà, da un lato è rispettoso della dignità umana e, dall’altro, permette di superare l’obiezione secondo cui gli interventi di redistribuzione in favore delle fasce più deboli hanno ricadute non significative sul fronte della crescita economica.
È questa la grande sfida inclusiva di un sistema di welfare che, in un contesto di contrazione delle risorse pubbliche, richiede l’abbandono di logiche assistenziali ed un deciso investimento sul fronte della sussidiarietà orizzontale, del sostegno all’accesso al credito dei progetti sociali, dell’istruzione, del sostegno alla mobilità sociale, della promozione dell’imprenditorialità e dell’accesso al lavoro.
Gli strumenti di finanza sociale e lo sviluppo nel mondo anglosassone dei “Social Impact Bonds” offrono alcuni spunti interessanti per il ripensamento di alcuni tradizionali strumenti di welfare. Se si destinassero, ad esempio, le risorse pubbliche alla creazione di un fondo di garanzia teso a permettere l’accesso al credito di specifici progetti sociali, concordati con il settore pubblico e coordinati dal terzo settore in alleanza con il settore “for profit”, prevedendo forme di defiscalizzazione e settori a burocrazia zero, si potrebbero ottenere molti più risultati in termini di crescita, coesione sociale e promozione del capitale umano rispetto a qualsiasi politica assistenziale. Inoltre, la contrazione della spesa sociale potrebbe spingere alla creazione di sistemi di “quasi mercato” tesi a promuovere un’innovazione di prodotto e di processo che favorisca l’accesso di fasce sempre più ampie di popolazione ai servizi sociali e all’introduzione di meccanismi competitivi che favoriscano una maggiore responsabilizzazione degli erogatori sul fronte dell’uso delle risorse, della qualità dei servizi di welfare e dei risultati ottenuti.
La ricerca del bene comune passa, dunque, per la lotta alla povertà. Lungo questa via, essa, da emergenza etica e morale, può diventare la leva di un progetto di crescita economica e sociale del Paese a misura d’uomo.

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