Io sono un immigrato

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mare

Di Don Gianni Croci

Ora di religione.

In aula grande silenzio.
La notizia di un ennesimo naufragio nell’immenso cimitero del Mediterraneo.
L’insegnate fa risuonare le tre domande di Papa Francesco dell’8 luglio 2013 a Lampedusa:
Uomo dove sei?
Dov’é tuo fratello?
Tu hai pianto?

Il pensiero corre all’attentato di Parigi di non molto tempo fa 12 persone francesi muoiono per un attentato. Gravissimo.
A scuola le porte delle aule vengono tappezzate di cartelloni, vignette, fogli ovunque con la scritta: ” Je suis Charlie”! Gli insegnanti fanno scorrere fiumi di parole…libertà di stampa, d’opinione.

La notte tra sabato e domenica un barcone di immigrati si rovescia : 700 o forse 900 africani morti.
A scuola…nulla! Ho voglia di scrivere : “Io sono un immigrato”!
Nel silenzio, un ragazzo fa un obiezione: “Ma io cosa posso fare?”.

E’ difficile ma possibile rispondere. Mettere in movimento la testa, guardare con fare critico la realtà, riflettere per evitare i soliti luoghi comuni, ricorrenti sulla bocca di ceri politici, che sanno di vecchie e vergognose logiche razzistiche .
Far battere il cuore fino a dare movimento ai piedi e alla mani per fare qualcosa per chi arriva fin qui. Anche uno studente può porre segni concreti di solidarietà tra un compito e una lettura: servire alle due mense che ci sono in citta, devolvere i soldi delle inutili e insane bevute del sabato sera per chi non ha pane…
Liberare le emozioni che passano per la pancia fino a piangere per chi, di carne ed ossa come noi, con sogni forse più grandi dei nostri, invece della speranza ha trovato la morte per una colpevole indifferenza .

E per chi è credente? La preghiera : “Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto”. Forse val la pena non dimenticare che alla sera della vita, tutti, nessuno escluso, saremo giudicati sull’amore! Insieme rileggiamo una lettera scritta molti anni fa, ancora attuale, da don Tonino Bello al “fratello marocchino”.

Fratello marocchino. Perdonami se ti chiamo così, anche se col Marocco non hai nulla da spartire. Ma tu sai che qui da noi, verniciandolo di disprezzo, diamo il nome di marocchino a tutti gli infelici come te, che vanno in giro per le strade, coperti di stuoie e di tappeti, lanciando ogni tanto quel grido, non si sa bene se di richiamo o di sofferenza: tapis! La gente non conosce nulla della tua terra. Poco le importa se sei della Somalia o dell’Eritrea, dell’Etiopia o di Capo Verde.
A che serve? Il mondo ti è indifferente. Dimmi marocchino. Ma sotto quella pelle scura hai un’anima pure tu?
Quando rannicchiato nella tua macchina consumi un pasto veloce, qualche volta versi anche tu lacrime amare nella scodella? Conti anche tu i soldi la sera come facevano un tempo i nostri emigranti? E a fine mese mandi a casa pure tu i poveri risparmi, immaginandoti la gioia di chi li riceverà?
E’ viva tua madre? La sera dice anche lei le orazioni per il figlio lontano e invoca Allah, guardando i minareti del villaggio addormentato?
Scrivi anche tu lettere d’amore? Dici anche tu alla tua donna che sei stanco, ma che un giorno tornerai e le costruirai un tukul tutto per lei, ai margini del deserto o a ridosso della brugheria? Mio caro fratello, perdonaci. Anche a nome di tutti gli emigrati clandestini come te, che sono penetrati in Italia, con le astuzie della disperazione, e ora sopravvivono adattandosi ai lavori più umili.
Sfruttati, sottopagati, ricattati, sono costretti al silenzio sotto la minaccia di improvvise denunce, che farebbero immediatamente scattare il “foglio di via” obbligatorio. Perdonaci, fratello marocchino, se noi cristiani non ti diamo neppure l’ospitalità della soglia. Se nei giorni di festa, non ti abbiamo braccato per condurti a mensa con noi.
Se a mezzogiorno ti abbiamo lasciato sulla piazza, deserta dopo la fiera, a mangiare in solitudine le olive nere della tua miseria. Perdona soprattutto me che non ti ho fermato per chiederti come stai. Se leggi fedelmente il Corano. Se osservi scrupolosamente le norme di Maometto. Se hai bisogno di un luogo dove poter riassaporare, con i tuoi fratelli di fede e di sventura, i silenzi misteriosi della tua moschea. Perdonaci, fratello marocchino. Un giorno, quando nel cielo incontreremo il nostro Dio, questo infaticabile viandante sulle strade della terra, ci accorgeremo con sorpresa che egli ha… il colore della tua pelle”.

Don Tonino Bello (Alessano 1935-Molfetta 1993)Vescovo di Molfetta, Terlizzi, Ruvo e Giovinazzo..

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