Il colore prima del blu – puntata 36

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Il colore prima del blu


Il romanzo “Il colore prima del blu”
è anche in edizione cartacea.
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‹‹Tua madre ha avuto una crisi, l’hanno sedata, ma i medici dicono che difficilmente tornerà lucida prima di domani.››
La strada si illumina con i fari della macchina e, delimitando il cammino, le strisce bianche laterali ci accompagnano. Quando scompaiono, la guida è meno sicura; rallentiamo. La mia vita è senza linee e procedo a fari spenti verso l’ignoto, penso. Due giorni fa, come la strada che ci siamo lasciati alle spalle, mi era tutto chiaro.
‹‹Posso parlarle?››
‹‹Se per parlarle intendi starle vicino e magari dirle delle cose puoi farlo, ma non ti aspettare che lei ti risponda.››
‹‹È colpa di papà,›› dico all’improvviso. L’assistente sociale frena bruscamente, c’è uno stop, mi guarda inferocita:
‹‹Non dire sciocchezze! Se è morto non puoi dare la colpa a lui. Prenditela con il destino, con Dio, con chi ti pare, ma non incolpare lui.››
‹‹Eh no! Basta adesso! Sono stufo di sentirmi dire da chiunque passi nella mia vita cosa devo e cosa non devo fare. Cosa è giusto e cosa no!›› urlo, e continuo: ‹‹non ti ci mettere pure tu a dare giudizi perché tanto per me non sei nessuno. Sei una sfigata! Mi fai pena. Dovresti avere una vita tua, prima di aiutarmi a farmene una. Sparati, per favore! Tu non sai cosa significa essere orfani.››
Lei apre lo sportello, scende dall’auto senza dire nulla e mi lascia dentro con il motore ancora acceso. La vedo allontanarsi. La inseguo.
L’auto è ferma da più di venti minuti, con le luci accese, a cento metri da noi. Mi sono calmato, ormai. I polmoni bruciati dalla rabbia: l’aria della sera li rinfresca. Ripenso a quello che mi ha detto in auto.
‹‹Lei crede in Dio?›› le chiedo appoggiato al guardrail.
‹‹Sì, ma non ricordo più il perché. Il difficile non è credere, ma avere fede,›› mi risponde tirando su con il naso per il pianto. Si gira dall’altra parte, si allontana un po’. Torna indietro, si siede vicino a me e senza guardarmi in faccia dice: ‹‹È mia figlia, Anna…›› secco, senza intonazione. Un tonfo, un rumore sordo affoga dentro il cuore. Non ci guardiamo.

Lei parla all’asfalto polveroso. Era giovane, aveva conosciuto un americano venuto in vacanza. Non poteva lasciare che il suo corpo si trasformasse sotto gli occhi di questo paese. Se ne andò con lui e andò a partorire in America. Ma lui la lasciò sola. Quando nacque Anna, la abbandonò di fronte a una chiesa. Le appese al collo il suo ciondolo. Il nome inciso era il suo e divenne anche quello della figlia.
‹‹Dio non potrà mai perdonarmi.››
‹‹Dio dovrebbe saper perdonare più di quanto sappiamo farlo noi, credo…›› le dico per mostrarmi vicino al suo dolore.
Ha spiato la figlia neonata finché qualcuno non la ha adottata. Ha dormito mesi sulle panchine, sotto i ponti. Ha chiesto elemosina. Ha accumulato soldi per ripartire. Anna ormai aveva due genitori, una famiglia, soldi, benessere e un futuro che qua non c’è. L’unica cosa che non aveva era la mamma, ma non lo avrebbe mai saputo e le cose, a non saperle, in fondo, non fanno male.
Le chiedo chi è stato a mandare la cartolina ad Anna. Lei fa un sospiro, si asciuga le lacrime e mi guarda per la prima volta in faccia.
‹‹Sono stata io. Volevo soltanto vederla, volevo sapere se ha i capelli scuri come me, se ha il naso come il mio, che numero porta di scarpe… Così cercai un modo per farla venire qui senza farmi scoprire e le mandai quella cartolina misteriosa. Ma ho sbagliato a scriverci “Padre Candido” perché è il nome della barca del mio bisnonno.›› Fa un sospiro:
‹‹Questo paese non ha memoria del passato e nessuno si ricorda del mio bisnonno e di un vecchio faro. Quindi non pensavo che aveste potuto arrivare a me. Eppure c’eravate quasi riusciti… per colpa di Emma e di quel quadro del quale non sapevo nulla.››
‹‹Ed Emma che c’entra con questa storia?››
‹‹Andavo da lei per farmi leggere le carte: volevo sapere come stava Anna. Le raccontai la storia della cartolina. Poi leggendo i tuoi appunti ho scoperto la storia del quadro e che siete andati anche voi da Emma per farvi leggere le carte. Quella strega non ha resistito a darvi indizi per ritrovarmi. Allora ho avuto una discussione con lei e l’ho minacciata. L’avrei strozzata. Così al cimitero invece di rivelarvi il mio nome vi ha fatto impaurire.››
Stringo i pugni dalla rabbia. Vorrei avere Emma qui davanti per prenderla a calci. Mi alzo in piedi e, dopo aver soffocato l’ira, metto una mano sulla spalla dell’assistente sociale e dolcemente le chiedo:
‹‹Sei sicura di non voler parlare con Anna? Forse non la rivedrai più…››
‹‹Non me la sento. Non riuscirei mai a pretendere un suo abbraccio dopo quello che le ho fatto. Sono stata una mamma cattiva. Piango tutte le sere. Vorrei tornare al giorno in cui l’ho abbandonata, al momento in cui mi sono girata l’ultima volta prima di allontanarmi da lei e incontrare qualcuno che mi raccontasse quello che avrei passato dopo. Lì mi dicevo: “vedrai che con il tempo te ne dimenticherai”; ma la verità è che un figlio è una presenza costante nella vita di una madre, anche se non lo hai mai visto.›› Si copre il volto con le mani. ‹‹E poi anche se le parlassi, cosa accadrebbe? Niente… I suoi genitori ormai sono loro.››  

Scuote la testa e conclude pronunciando un sospirato “quindi” che è la parola meno definitiva del nostro vocabolario, eppure, come sinonimo di “fine” è la più usata. Sembra il participio passato di un verbo. 

Restiamo ancora un poco sul nero della strada. Non avevo mai pensato alle sue sofferenze. Scopro che tutti abbiamo le nostre ferite, ma lei le tiene nascoste, costretta dal suo lavoro ad ascoltare gli altri senza mai poter essere ascoltata. A nessuno interessa il suo dolore.
‹‹Scusami per quello che ti ho detto prima.››
‹‹Non ti preoccupare. La rabbia e il dolore ci fanno dire cose che non pensiamo veramente. È acqua passata. La vita ti ha messo di fronte a delle grandi sofferenze. Ora non puoi fare altro che viverle perché non si può fuggire dalla realtà, ma un giorno scoprirai che erano il passaggio obbligato per diventare quello che sarai.››
Faccio di sì con la testa. Sorrido perché ha già riconfinato il suo dolore in un angolo segreto dell’anima per tornare a proteggere il suo “paziente”. Ora che conosco la sua storia sento che le sue parole gocciano nel mio cuore una a una fino a riempirlo. In auto parliamo di Anna. Mi fa giurare che non le racconterò nulla. Lo giuro, tanto di Anna non mi importa più niente.
‹‹Se la ami veramente, fai quello che il tuo cuore ti dice di fare. Lascia perdere l’orgoglio perché, se anche lei è innamorata di te, si chiarirà tutto,›› mi dice lasciandosi trasportare da quell’affetto di mamma che ormai ha rivelato di essere. 

 

Dorme. Il cuscino è schiacciato sotto la sua testa. Il lenzuolo scivolato su un lato la copre fin sotto l’ombelico. Le tiro su la bretella della sottoveste nascondendo un seno asciutto. Il braccio nudo si sacrifica alla flebo. Le gocce sono lente e silenziose. Le conto fino a cento. Ormai è l’alba e un raggio di sole si insinua in una fessura della tapparella, raggiunge il volto di mia madre e vince l’oscurità dell’intera stanza. Mi alzo e con un dito copro la fessura. Mi sorprendo di come la stanza diventi immediatamente buia. Come può un filo di luce sprigionare tanto chiarore sulle cose e poi in un attimo sparire come se non fosse mai entrato? Forse basta poco per illuminare le nostre vite, forse basta creare un varco nel nostro cuore e lasciare che si riempia di luce. Ma basta anche poco perché torni il buio assoluto. Era nel buio della cameretta che mia madre mi raccontava i viaggi di mio padre e io sognavo di andare con lui in posti che sapevano di favola. Vorrei tornare bambino e lasciarmi cullare da lei, sentire il calore della protezione materna. Tutta la mia vita è aggrappata a un ricordo e so bene che se i ricordi sono il trampolino di lancio per realizzare dei sogni, allora sono buoni ricordi, altrimenti ti uccidono, proprio come stanno uccidendo mia madre. Per lei non c’è lotta ormai che io possa affrontare. Forse dovevo ribellarmi tempo fa. Non ho le palle. In questo Anna ha ragione. Quest’alba è amara di solitudine e di inutilità. È l’ora in cui nessuno si è già svegliato e nessuno è ancora sveglio. Non può accadere nulla e in nulla spero.

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