Il buono, il brutto e il cattivo nell’uso dei social

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socialDi Patrizia Caiffa

Internet e i social network segneranno una svolta enorme e imprevedibile nella storia, quanto l’invenzione della stampa. Con tanti rischi e scenari ancora incerti. Per il giornalismo è un momento di transizione, denso però di opportunità, se si avrà la voglia e il coraggio di sperimentare nuove strade e dialogare sempre più con i lettori. È il leit motiv dei tanti interventi di esperti che si sono alternati in cattedra al IX Festival internazionale di giornalismo, a Perugia, dal 15 al 19 aprile. Il centro storico del capoluogo umbro è stato letteralmente invaso da migliaia di giornalisti, studenti di giornalismo o operatori della comunicazione. Per cinque giorni hanno partecipato ad oltre 200 eventi tra relazioni, panel, workshop formativi, spettacoli.

Sperimentare nuovi modelli di business.
Per il giornalista e scrittore Jeff Jarvis, docente di giornalismo alla City University di New York, ciò che “ha ucciso il giornalismo non sono Google e Facebook ma le dinamiche di Internet e l’abbondanza di informazioni in Rete”. Per sopravvivere bisogna smettere di “trattare il pubblico come massa e capire cosa vuole l’individuo. I giornalisti devono diventare dei promotori e concepire il loro ruolo come servizio”. Jarvis ha invitato a sperimentare nuovi modelli di business e a stabilire migliori rapporti con il pubblico e le comunità. Lui, ad esempio, manda i suoi studenti a conoscere da vicino le comunità di immigrati che vivono nella Grande Mela, per capirne i bisogni e le attese in materia d’informazione. “Dobbiamo riconcepire il nostro business fondamentale: il giornalismo è un servizio – ha affermato -, deve esistere per migliorare le vite delle comunità che serviamo e aiutare i lettori a risolvere i problemi”.

“Fai quello che fai al meglio e collegati con altri”, questo è il suo motto.
“I giornalisti devono riconsiderare il loro ruolo – ha sottolineato -; non possono più fare gli stenografi o ribattere comunicati stampa. Dobbiamo diventare dei promotori. Se non si promuove qualcosa non è giornalismo di primissimo livello”. In Italia, ha suggerito Jarvis, “i giornalisti possono spiegare la sanità pubblica, proteggere l’ambiente, aiutare i poveri, chiedere giustizia per i deboli. Possiamo anche essere educatori, ma facendo attenzione a non diventare paternalisti”. Altra idea suggerita dall’esperto è promuovere la membership, cioè far sentire ai lettori “un senso di appartenenza con quello che facciamo”, ad esempio attraverso campagne sociali o per l’ambiente, oppure “offrendo dei premi come l’accesso ad eventi, sconti”. Oltre all’articolo bisogna ora fornire liveblog, twitting, eccetera. La parola d’ordine è dunque “sperimentare” e riorganizzare le notizie intorno ai desideri del pubblico, per coinvolgerlo di più. Secondo Jarvis il vecchio modello di business basato sull’inserzionismo non funziona più perché “gli inserzionisti pagano solo le pubblicità effettivamente viste”. “Dobbiamo capire il vero valore del giornalismo – ha sottolineato -. Conterà più la qualità che la quantità. Forse riusciremo a vendere la pubblicità, ma a lungo termine non sarà questa la strada verso il successo. Non ci salveranno i tablet, i paywall. Con i dati in mano (visualizzazioni, click, link) dobbiamo iniziare a conoscere le persone e riconcepire le nostre strutture come servizi per le loro necessità”.

“Il buono, il brutto e il cattivo” nell’uso dei social. “La relazione con le nuove tecnologie e l’uso dei social network hanno portato ad una informazione portatile, personalizzata e partecipativa”. Lo ha detto Pierluigi Perri, docente di informatica giuridica avanzata all’Università degli Studi di Milano, parlando del rapporto tra social network e giornalismo. Perché l’utilizzo dei social in maniera professionale ha cominciato a far nascere dei problemi. Uno è la difficoltà di “scorporare il giornalista dalla sua professione”: “Alcuni usano sui propri profili Twitter o Facebook deidisclaimer per dire che sono opinioni personali, ma chi li segue lo fa perché sono dei giornalisti”. Perri ha poi individuato “il buono, il brutto e il cattivo” nell’uso dei social da parte dei giornalisti. Il buono: “Un costante contatto con i lettori, che cominciano ad affidarsi a quel determinato giornalista o redazione; la raccolta di informazioni e testimonianze nei luoghi degli avvenimenti, nel caso di eventi tragici o pericolosi, riducendo i rischi per il reporter; un risparmio dei costi”. Il brutto: “La propagazione dell’errore o della ‘bufala’. Se qualcuno trasmette qualcosa di errato questo si propaga in maniera amplificata, vista la contaminazione tra le fonti digitali, tv e carta stampata; tutto quello che non viene discusso nei social non esiste (quod non est in social non est in mundo)”. Il cattivo: “La possibilità di ‘hate speech’, ossia i discorsi di incitazione all’odio nei forum; la possibile compromissione degli account social e la conseguente diffusione di notizie false o pericolose, con il rischio di creare il panico; incorrere in violazioni etiche e giuridiche perché il social è veloce, stringato, ha debolezze in sé e ciò che viene scritto rimane in eterno”. Perri ha dato alcuni consigli ai giornalisti: “Usare i social media per relazionarsi con i lettori ma sempre in maniera professionale; fare attenzione alla percezione che si genera in Rete; verificare ogni cosa pubblicata sui social; identificarsi sempre come giornalista”. In futuro, ha concluso, saranno necessari: “Una revisione dei Codici deontologici che tenga conto dei social; policies di utilizzo dei social media nelle redazioni; un incremento della presenza dei giovani nativi digitali nelle redazioni”.

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