Imprese sociali, una terza dimensione per sfidare il mercato capitalistico

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societàDi Luigi Crimella

Dalla fine del secolo scorso, con la data-simbolo del decreto sulle “Onlus”, organizzazioni non lucrative di utilità sociale, del 1997, il cosiddetto Terzo settore (appunto perché accostato ai primi due, del “privato” e dello “statale”) è come esploso, crescendo numericamente, ma soprattutto conquistandosi spazi a livello di cultura e mentalità collettiva. Oggi gli enti e le imprese sociali raggiungono la cifra di 301.191 realtà operative. Vi prestano servizio 957mila persone, con 4,7 milioni di volontari attivi, producendo un Pil (Prodotto interno lordo annuo) di 6,7 miliardi. Il varo da parte della Camera del ddl di riforma del Terzo settore, all’inizio di aprile, ha significato accelerare i tempi verso un cambiamento complessivo, atteso da molti anni e che, a questo punto, sembra a un passo dalla concretizzazione. Dopo il varo in Senato ci sarà tempo un anno da parte del Governo per i decreti delegati.

“For profit”, “no profit”, “fair profit”. Delle “imprese sociali” si occupa il mondo della politica, ma non solo. Da un lato, a livello internazionale guardano ad esse l’industria e la finanza tradizionali, quelle per eccellenza “for profit”. Ma vi guardano anche la cultura e il mondo accademico. Come ha spiegato l’economista Stefano Zamagni, al convegno indetto dall’Università Lumsa di Roma su “Imprenditorialità sociale e territorio” (17 aprile), alla duplice divergente posizione delle realtà “for profit” (cioè votate a fare utile) e di quelle “no profit” (che, se fanno utili, li reinvestono totalmente al proprio interno o li girano a finalità benefiche), si aggiunge oggi la terza categoria del “fair profit”, cioè del profitto “buono”, altruistico, realizzato secondo criteri etici e devoluto in parte agli investitori, in parte reinvestito socialmente. Cambiano i parametri economici complessivi, le leggi di mercato un tempo ferree e immodificabili trovano significativi cambiamenti. Così assistiamo alle decisioni di ultraricchi statunitensi quali Bill Gates o Warren Buffet, di devolvere larga parte del proprio patrimonio a enti e imprese sociali (fame nel mondo, cultura, sanità, borse di studio, ecc.). Le stesse imprese no profit del mondo anglosassone generano a loro volta imprese “profit” o “fair profit”, appoggiando campagne del tipo lotta alla desertificazione, green economy, malattie rare, fame nel mondo e simili.

Anche in Italia il “social impact”. È una realtà che fa capolino anche in Italia, con la nascita di enti e fondazioni del tipo “Human Foundation” o “Opes Impact Fund”, per le quali l’impatto sociale delle azioni generate da cooperative, società o imprese sociali è un parametro più decisivo rispetto a quello del puro utile di esercizio. Si tratta di realtà che vivono grazie a donazioni, al cosiddetto “fund rising”, cioè la ricerca sistematica e scientifica di finanziatori anche “piccoli” con quote modeste ma stabili. Il tema di fondo è che il valore sociale di queste realtà genera un impatto non misurabile in termini puramente numerici, ma in grado di moltiplicare i benefici. Giovanna Melandri, già parlamentare e oggi presidente di Human Foundation, parla di “terza dimensione” e di “sfida ai pilastri teorici del mercato capitalistico”. Su questo filone di pensiero e di iniziative finanziarie vere e proprie, si innesta anche nel nostro Paese il dibattito sui “social impact bond”, forme di investimento da implementare per far crescere le disponibilità economiche in carico agli enti “no profit” e “fair profit”, in un certo senso in aperta concorrenza con la raccolta di denaro da parte delle banche che offrono bond tradizionali, e dello Stato che offre i propri Bot e Btp.

Investimenti ad alta tolleranza al rischio. Di fronte a questi cambiamenti emerge un dovere di informarsi, in carico anzitutto agli stessi operatori dei mass media. Ne ha parlato – sempre alla Lumsa il 17 aprile – Marco Girardo di “Avvenire”, secondo il quale i giornalisti mostrano complessivamente “una scarsa conoscenza e preparazione su queste tematiche”, così che nei giorni in cui la Camera discuteva la riforma del Terzo settore le cronache si sono invece concentrate su una sola cooperativa “che aveva sbagliato”, trascurando le altre centinaia di migliaia che “facevano bene”. Uno dei primi passi consisterà quindi nel prendere atto che le “imprese sociali”, esigono un diverso approccio, non basato sulla tirannia degli utili da conseguire presto e al massimo livello. Elena Casolari, di “Opes Impact Fund”, parla della necessità di un’“alta tolleranza al rischio” per chi investe in imprese sociali, sapendo però che le stesse sono meno soggette a tracolli rispetto a quelle tradizionali. La potenzialità economica di queste realtà in Italia viene stimata da Bnl-Bnp Paribas in un range tra il 5 e il 10% del sistema economico. Quindi ci sarebbe molto spazio per nuovi posti di lavoro, specie per i giovani.

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