Accade in India: ricompense per chi accetta la sterilizzazione forzata

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di Umberto Sirio
Si calcola che in India nasca un bambino ogni secondo. Circa 21 milioni di nascite ogni mese. Questi dati porteranno il Paese – che attualmente conta 1,2 miliardi di persone, il 18,41% degli abitanti del pianeta e il 17% dell’intera popolazione asiatica – ad avvicinare sempre più la Cina nella classifica della popolazione mondiale e diventare il Paese più densamente popolato del mondo. Questo avviene nonostante l’India sia stato il primo Paese al mondo ad adottare, sin dal lontano 1952, politiche di pianificazione familiare, che nel linguaggio del sistema delle Nazioni Unite significano pratica abortiva, diffusione dei metodi anti-concezionali e di programmi di sterilizzazione di massa, largamente praticati dagli Stati più poveri dell’India.Secondo la Population Council, nel 2012 il 75% delle donne del Bihar e il 54% di quelle del Madhya Pradesh, non usava anti-concezionali. Più o meno lo stesso accade in molti territori del Rajasthan, dell’Uttar Pradesh e dell’Orissa. Questo ha portato a un vasto incremento delle campagne di sterilizzazione forzata. Le giovani coppie, se accettano di sottoporsi al programma, ricevono ricompense – 1.400 rupie (l’equivalente di 18 euro) per le persone che vi si sottopongono, mentre l’operatore sanitario riceve 200 rupie (2,5 euro) per ogni paziente accompagnato – e benefit. Si calcola che, dal 2013 al 2014, siano stati effettuati oltre 4 milioni d’interventi di questo tipo, che spesso si svolgono in strutture fatiscenti e attraverso condizioni igieniche precarie. Nel novembre del 2014, 13 donne tra i 22 e i 32 anni, provenienti da poveri villaggi intorno alla città di Bilaspur, sono morte nello Stato del Chhattisgarh, per infezioni legate alla chiusura delle tube, mentre alcune decine sono state ricoverate in ospedale. Sembra che le donne siano morte di setticemia e che l’intervento di chiusura delle tube in laparoscopia sia stato effettuato tecnicamente in maniera corretta, ma non siano state rispettate le norme igienico-sanitarie, forse anche a causa dell’alto numero di donne operate, 83 in appena cinque ore. Dopo quei fatti, il ministero della Salute raccomandò un limite di 30 interventi al giorno per struttura. Una misura generalmente non rispettata.

Nel dicembre dello scorso anno, si diffonde la notizia di un metodo molto diffuso per la sterilizzazione: una pompa per gonfiare le ruote della bicicletta usata come strumento chirurgico per legare le tube a 56 donne in un campo dell’Orissa. Il medico responsabile dichiarò: “Tutti in Orissa usano le pompe per biciclette in simili interventi. Sono usate in molte parti dello Stato in assenza di costosa strumentazione medica. Non c’è ragione per creare un caso, visto che si è sempre dimostrata un’alternativa economica e sicura”. Durante le operazioni di sterilizzazione chirurgica, è necessario insufflare aria nell’addome del paziente per creare lo spazio che serve al chirurgo per operare, ma l’uso di aria atmosferica, invece della normale procedura mediante anidride carbonica, può portare a una serie di conseguenze, tra cui la formazione di emboli.

 

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